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Libri/ Compagni di scuola: ascesa e declino dei post comunisti

di Piero Sinatti

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5 aprile 2007

Simili al giovane Enea che trae in salvo da Troia in fiamme il vecchio padre Anchise issandoselo sulle spalle, un gruppo di (allora) "splendidi quarantenni" (Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino e pochi altri) salva più di tre lustri fa dalle macerie del Muro di Berlino il vecchio padre PCI per farlo approdare in lidi un tempo e a lungo vituperati (la social e/o liberal democrazia).
Da questa icastica similitudine muove il giovane storico livornese Andrea Romano (Università di Roma Tor Vergata: ha al suo attivo opere sul periodo staliniano e una biografia di Tony Blair) per raccontare la vicenda dell'attuale gruppo dirigente DS in un libro, Compagni di scuola – Ascesa e declino dei post comunisti da poco uscito da Mondadori. Un gruppo (o "una famiglia") coeso e determinato come nessuna altra leadership partitica italiana dal dopoguerra ad oggi.
Il libro non è un instant book frettoloso o denigratorio, come si usa oggi, ma un felice incrocio tra storia e pamphlet, dalla scrittura elegante e nitida, ricco di calzanti e originali definizioni, nonché di citazioni puntuali e rivelatrici, tratte dagli innumerevoli discorsi, interviste, precocissime autobiografie dei traghettatori - c'è persino un romanzo (di Veltroni) !
Sono coetanei, formatisi alla stessa scuola, il PCI, e con lo stesso maestro, Enrico Berlinguer. E' un forte fattore identitario, da ognuno di essi vissuto e rappresentato a proprio uso e consumo, ma per tutti una ragione di "fiera separatezza", se non superiorità, etica prima di tutto.
Nato e formato per guidare un partito di opposizione, abilmente sfuggito al tritacarne di Tangentopoli, il gruppo viene catapultato alla guida del Paese, dopo aver disinvoltamente superato il crollo del comunismo, rinnegato Marx, Gramsci e Togliatti , sostituito la vecchia ragione sociale per una nuova e ambiguamente polivalente (Democratici di sinistra) e affrontato l'imprevista marea dell' "antipolitica": il berlusconismo.
Il più audace e più "politico" di loro, la mente, è nel racconto di A.Romano, Massimo D'Alema. Il quale nei suoi "anni apicali" di leader o di italico Blair , proclama la necessità di una "riforma", anzi, "rivoluzione" liberale, invoca il welfare delle opportunità, la liberazione del mercato italiano da oligarchie, corruzione, opacità, corporazioni che frenano la modernizzazione del Paese e del suo capitalismo (su cui vale ancora, secondo lui, il severo giudizio di Gramsci). Nel contempo vuole orientare la politica estera italiana decisamente ad Ovest, anche perché l'Est non c'è più.
L'auspicata "riforma" disgraziatamente fallisce – sostiene Romano: è fuori dal DNA, dal "blasone" dei DS. Né D'Alema né il Partito – sostiene l'autore - hanno il coraggio di nuove rotture. Resta l'arroccamento a Palazzo Chigi e il piccolo cabotaggio, eccettuata la "coraggiosa scelta" di intervento nel Kosovo, in nome del nuovo "internazionalismo democratico".
Ora, bruciato come leader dal disastro elettorale del 2001, il leader Massimo ha scelto un ruolo più defilato, di capo della Farnesina. Mentre si rafforzano nella sinistra (e nella fazione neoscissionista diessina di Mussi) antichi vizi: terzomondismo, antiamericanismo e sentori antiebraici, che finiscono per investire – sostiene Romano - lo stesso D'Alema.
Nel racconto di A.Romano, se D'Alema è il protagonista e il riferimento costante e amareggiato dell'autore, i comprimari sono Veltroni e Fassino.
Il primo esce (giustamente) a pezzi, come "politico new age", sempre pronto a reinventarsi come personaggio, a crearsi un bizzarro blasone, tra Bob Kennedy, Berlinguer e antiglobalismo morbido, alla Bono, amministrando sapientemente rating e nicchie politico-culturali in attesa di tempi migliori e salti in alto decisivi.
Fassino, dei tre, risulta il migliore. Dotato di concretezza, realismo e modestia, di piemontesi capacità di lavoro e organizzazione, come capo di "un PCI formato Bonsai" cerca di "salvare il salvabile". Lo fa limitandosi a difendere il partito dall' "ondata massimalista" e innalzando la bandiera di un riformismo "moderato", "pacato", più consono al popolo diesse (e al paese) del blairismo di D'Alema, uscito dalla prova di leader politico e capo di governo come "un mesto incrocio tra Don Chisciotte e Don Abbondio".
Grande è lo scarto tra le aspettative e i risultati dei "compagni di scuola", ormai destinati a un declino inevitabile, a non lasciare alcuna eredità consistente, né di strategia politica, né di successori.
Enea invecchia. Anchise è morto, anche se il suo cadavere non è ancora sepolto.
Questa è la conclusione dell'autore, che è anche - e lo si sente - un militante (o un innamorato) deluso. Soprattutto da Massimo.
Il "ritratto di gruppo" è impietoso, storicamente preciso.
Manca, tuttavia, e non è poco, il contesto del ritratto. Contrassegnato dall'impossibilità di una rivoluzione o riforma liberale in un paese di cultura cattolica e familista, di "consorterie", di radicate clientele e di mafie, illegalismo di massa. Da un capitalismo storicamente bisognoso delle stampelle statali e da un sindacalismo onnipervasivo. Oltre che da un inquietante fenomeno nuovo, populista e "antipolitico", come il berlusconismo.
E , alla fin fine, è sicuro Romano che in tempi di Bush e di neo-con, di esportazione della democrazia manu militari, il filoamericanismo sia una virtù ? E che criticare i governi israeliani sia necessariamente un segno di antisemitismo ?

Andrea Romano, Compagni di scuola – Ascesa e declino dei post comunisti, Mondadori, Milano, 2007, pagg. 170, euro 16,50.

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