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Libri/ Philip Roth, Everyman: vita e morte di un corpo maschile

di Silvia Giuberti

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10 maggio 2007

Copertina a lutto. E un titolo in bianco stilizzato come un'architettura sottile di ossa. Che sono, in fondo, gli unici segmenti di vita indimenticabili, oltre l'ultimo ricordo dell'ultima persona vivente che ci abbia conosciuti o amati: "La carne si dilegua, ma le ossa durano."

Unico "conforto" per chi non crede nelle eternità invisibili. E affida all'agghiacciante tecnica di una sepoltura a sudore e braccia, in un fatiscente cimitero ebraico -zolle d'erba accuratamente suddivise a scacchiera, terra riversata con vanghe su assi di compensato, e una fossa "dal fondo abbastanza piatto per sistemarvi un letto"- l'ultima, appagante premura per il proprio corpo e la sua inafferrabile Solitudine.
Non occorre domandarsi per chi sia stampato in nero cupo l'involucro dell'ultimo romanzo di Philip Roth: "Everyman" -titolo tratto da un'anonima rappresentazione allegorica della drammaturgia inglese quattrocentesca, che ha per tema la chiamata di tutti i viventi alla morte- punta l'indice dritto a noi. E ci racconta l'ordinaria imprevedibilità della vita. L'inatteso stato di "alterità" che il deterioramento del corpo -malattia e vecchiaia- suscita in chiunque abbia in sé un fanciullino in avanzato stato di sopravvivenza.

Everyman, nessuno escluso. Quando anche il cielo è una pietra tombale senza bocchette per ariose speranze di immortalità e non rimane altro che "la sovrabbondanza del passato", una sfera che scotta -di passioni, fallimenti, affetti, peccati- e non si sa a chi lanciare.

Nessuno più cui fare una telefonata a pochi giorni dall'ennesimo -e fatale- intervento chirurgico: settantuno anni, pubblicitario newyorkese dalla brillante carriera, "ex serial husband" dai tre matrimoni falliti, padre di due figli di primo letto rancorosi e sprezzanti e della perfetta Nancy, creatura di amore e perdono che vale -lei sola- un'intera vita di errori affettivi passati al setaccio, il protagonista del ventisettesimo romanzo di Roth è il narratore in terza persona -defunta- dello straziante enigma della "normalità" della morte. Mostruosa, in realtà, e innaturale per un uomo senza Dio che titolerebbe la propria autobiografia di pensionato di lusso -ritiratosi sulle coste dell'Atlantico per sfuggire alla precarietà collettiva dopo l'attacco alle Torri Gemelle, consegnandosi tuttavia all'abisso della fragilità personale- "Vita e morte di un corpo maschile".

Il Corpo: già alienato, imprigionato, torturato dal mistero della metamorfosi nel racconto di Roth, (proposto da Einaudi nel 2005)"Il seno". Laddove il corpo di un uomo si trasformava nel giro di poche ore in una gigantesca mammella. In un esercizio di raffinata claustrofobicità, che ritorna in "Everyman" attraverso le metamorfosi -tanto familiari quanto inimmaginabili sulla propria pelle- del declino. Ed è la vita stessa (gli amori perduti, rovinati, rimpianti; la sessualità patetica e esigente; i valori e il conformismo slittati sui binari di scelte e tradimenti; i ricordi di amici e colleghi vittime del "massacro" della vecchiaia; i sogni -diventare pittore- che non fanno compagnia; l'invidia -per un amabilissimo fratello maggiore che gode di ottima salute- e il peggioramento "istintuale e primitivo" del carattere) a togliere il respiro, nonostante by-pass e defribillatore sottocutaneo, sul confine di un buio cui pare impossibile abbandonarsi. E che Roth esplora a colpi di magistrale macete letterario. Tagliente, struggente, spaventoso.

"Everyman" di Philip Roth
Einaudi pagg. 123 euro 13,50
www.einaudi.it

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