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Libri/ L'artificiosa giovinezza di Gladys

di Pino Fondati

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11 maggio 2007

Come fossero piccoli tesori nascosti, i romanzi di Irène Némirovsky escono fuori dai cassetti, dove il tempo e l'oblio li avevano confinati. Libri che offrono l'essenza di una scrittrice grande e popolare (sì, le due cose possono andare a braccetto), pagine memorabili accompagnate da qualcuna dimenticabile, e acuiscono il rimpianto di quello che ancora avrebbe potuto dare ancora se la sua vita non fosse stata spezzata ad Auschwitz a soli 42 anni. È giusto parlare di ri-scoperta dopo la grande rivelazione (e il consenso di critica e di pubblico) di "Suite francese", che ha preceduto l'uscita di "David Golder", "Il ballo" e adesso "Jezabel". Scritto nel 1936, pubblicato nel 1938, di "Jezabel" si erano perse le tracce; oggi, Adelphi ce lo propone nella bella traduzione di Laura Frausin Guarino. Siamo nei dintorni de "Il grande Gatsby" e de "Il ritratto di Dorian Gray", con la rappresentazione di un mondo vacuo e crudele, dove la fanno da padrone gioielli e coppe di champagne, vanità e compiacimento di sé, e la ricerca continua di fermare il tempo che scorre. Tentativo fallace, perché qui non ci sono diavoli coi quali stringere patti. La protagonista, Gladys Eysenach, bella e ricca animatrice della vita brillante e sopra le righe condotta da certa borghesia della Parigi degli anni Trenta, è una "femme fatale" che trascorre tutta la sua vita obbedendo ai soli valori irrinunciabili della bellezza estetica e della seduzione. Una vita trascorsa davanti allo specchio, a cercare prima di migliorare quello che ai suoi occhi appare come un piccolo o grande difetto, e poi, negli anni, di correggere continuamente le offese del tempo. Gli uomini, che pure la adorano e si affollano intorno a lei? Un dettaglio, semplici oggetti di piacere e dispensatori di regali. Le donne, invece, cercano di somigliarle nelle toilette e nelle mise, ma anche nei comportamenti e negli sguardi. Invidia e ammirazione di cui Gladys si ciba. Peccato che sia disperatamente ostinata nella sua artificiosa giovinezza, tanto da non accettare neppure l'ipotesi di essere nonna, come vorrebbe la normalità. Una fissazione che la spingerà a sacrificare la figlia, a calpestare quanti la attorniano, a mantenere in vita il rapporto con un uomo molto più giovane di lei, spingendola all'omicidio quando, per la prima volta nella sua vita, è respinta. Quando entra nell'aula di tribunale in cui verrà giudicata per l'omicidio, Gladys viene accolta dai mormorii di un pubblico sovreccitato, impaziente di conoscere ogni dettaglio, anche il più sordido, di un'avventuriera del bel mondo parigino. Nel suo pallore spettrale, Gladys evoca l'ombra di Jezabel, l'ombra che nel dramma "Athalie" di Racine compare in sogno alla figlia: "Non ne aveva, il dolore, smorzato la fierezza; aveva anzi, ancora, quella finta bellezza, mantenuta con cure, con espedienti labili, per riparar degli anni le sfide irreparabili". Il romanzo prende l'avvio da qui, dalla fine; dal processo e dalla testimonianza di Gladys che racconta di sé e del suo mondo, illustrandone le crudeltà, la sporcizia e la polvere, le debolezze e la violenza, la vacuità e l'unico amore possibile, quello per il denaro. Restituendoci un affresco dell'animo femminile come pochi altri scrittori sanno fare. La condanna sarà lieve, solo cinque anni. E dire che Gladys, ormai sessantenne, aveva chiesto di essere condannata duramente, quasi a volersi nascondere per gli anni che le restavano da vivere. Ma quelle maledette circostanze attentuanti (il movente passionale..) la costringono a riprendere in mano la vita. A modo suo. Ci sarà uno specchio in carcere?

Jezabel
di Irène Nemirovsky
Adelphi, 2007
pagine 198, euro 16,50
traduzione di Laura Frausin Guarino

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