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Libri / "Eredi della sconfitta", Emily Brontë nell'India postcoloniale

di Francesco Prisco

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27 aprile 2007

Nel 2006 ha spopolato a livello internazionale aggiudicandosi il Man Booker Prize e il National Book Critics Circol Award, due tra i maggiori premi letterari al mondo. Eppure "Eredi della sconfitta", seconda fatica della 35enne Kiran Desai, scrittrice indiana di lingua inglese figlia d'arte di Anita Desai, desta più di una perplessità.
Il libro, appena edito in Italia da Adelphi, si presenta come un romanzo di formazione nel quale non mancano elementi autobiografici. La vicenda è ambientata a Kalimpong, alle falde dell'Himalaya orientale, negli anni Ottanta con a fare da sfondo la rivolta per l'indipendenza della regione del Gorkaland. Protagonista è Sai, un'adolescente orfana appena uscita di collegio che alterna la lettura di "Cime tempestose" a quella di vecchie copie di "National Geographic" vivendo in compagnia dell'anziano nonno, uno scorbutico ex giudice dell'amministrazione britannica, per indole e delusioni più propenso ad amare gli animali che gli uomini. Non è un caso, d'altra parte, se un grande ruolo nell'economia narrativa dell'opera lo gioca la cagna Mutt, tirata su a bocconcini di carne in un contesto sociale dove la gran parte degli indiani è fortunata se riesce a sfamarsi di ortaggi. C'è il cuoco, legato da decenni di servizio al giudice, quasi perversamente innamorato delle sue "catene" di servo, tanto da invocare lui stesso punizioni esemplari in caso di errore. C'è Bijou, il figlio del cuoco, che lascia l'India, va a cercare fortuna e a spezzarsi la schiena nei retrobottega di New York, per tornare in ultimo sconfitto e col capo chino da suo padre, derubato persino degli ultimi risparmi. C'è un coro di personaggi minori riassumibili in due grandi categorie: da un lato quelli che furono ricchi e si fanno sorprendere dalla rivolta dei Gorkha in una imbarazzante situazione di indigenza, dall'altro quelli che furono indigenti e che hanno cercato o continuano a cercare rivalsa come possono, con il matrimonio d'interesse, con una grottesca rivoluzione di straccioni o col martirio. C'è, al di sopra di tutto, l'idillio amoroso tra la protagonista Sai e Gyan, giovane di umilissime origini, insegnante di materie scientifiche che la dà ripetizioni di fisica. I due passano dai vezzeggiativi agli insulti, perché un giorno Gyan vede alcuni suoi vecchi compagni manifestare nel movimento indipendentista dei nepalesi e, improvvisamente, scopre la sua coscienza di classe (o meglio di "casta"): non può più accettare di mangiare il pane di chi fu ricco, deve diventare parte del riscatto del suo popolo. Salvo scoprirsi, ancora una volta a sorpresa, pavido e punto dal rimorso, incapace di fare la guerra e in definitiva ancora innamorato.
A destare perplessità, in "Eredi della sconfitta", è innanzitutto il fatto che l'intero plot si snodi intorno alla piccola, grande e ostacolata storia d'amore tra Sai e Gyan, quasi come se l'autrice in preda a furori neoromantici avesse voluto davvero riscrivere "Cime tempestose". Senza essere Emily Brontë e - cosa ancora più compromettente – senza che l'India degli anni Ottanta fosse l'Inghilterra del primo Ottocento. La love story calata nella terra dei monsoni, infatti, a tratti stride, così come stride lo stile, forbito e ancora una volta neoromantico, per quanto costellato di prestiti linguistici orientali. Abbondano espressioni come «La dentiera lo scherniva con un ghigno scheletrico da un bicchiere» o sentenze come «Il dolore, l'abbandono fanno parte della nozione stessa d'amore, e anche una passione triste è più apprezzabile di una qualsiasi felicità bovina», quanto meno peregrine in un contesto fatto di manifestanti massacrati a manganellate dalla polizia e sfilate di guerriglieri affamati che imbracciano fucili. Un lettore navigato avrà difficoltà a passarci sopra.

Kiran Desai
"Eredi della sconfitta"
Adelphi
Euro 19,50
pp. 391

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