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Libri/ Catastrofi. I disastri naturali raccontati dai grandi reporter

di Marco Barbonaglia

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29 giugno 2007


"Fate frasi brevi. Fate paragrafi iniziali brevi. Usate un inglese energico. Fate affermazioni, non negazioni." Queste le prime, perentorie indicazioni dei 110 punti che il Kansas City Star forniva ai suoi nuovi praticanti. Tra i giovani reporter che, alle prime armi, si trovarono il documento tra le mani, nel 1917, c'era anche Ernest Hemingway. Chiunque abbia letto qualcosa del grande scrittore americano, può intuire quanto quei suggerimenti (e, più in generale, l'esperienza come cronista) abbiano segnato il suo stile. Le pagine scarne, essenziali, asciutte dei racconti e dei romanzi, quel modo di scrivere destinato ad influenzare intere generazioni, erano nati nei primi reportage di Hemingway.

Nel volume intitolato Catastrofi, edito da minimum fax, è pubblicato un articolo di Mr. Papa dal titolo Sballottati sulla terra ferma come navi nella tempesta, una cronaca del terremoto di Yokohama del '23, tradotto da Simone Barillari, che, tra l'altro, ha curato la raccolta.

Nel reportage si trovano, in embrione, molte delle caratteristiche che renderanno immortale la prosa di Ernest Hemingway. E' interessante rileggere oggi questo pezzo scritto, quando l'autore americano aveva 24 anni, con uno stile giornalistico ma senza rinunciare ad una certa originalità, che lascia presagire la grandezza futura. In una cronaca senza dubbio precisa, infatti, il giovane giornalista non riporta la data della catastrofe ne' le proporzioni della tragedia e neppure il numero dei morti. Utilizza, invece, una struttura quasi teatrale, insolita per un quotidiano. La forza del pezzo nasce, così, dall'elevato senso del dramma che trapela dalle voci, messe in primo piano, dei testimoni. Come se si stesse "allenando" per gli anni a venire, Hemingway usa frasi concise, pochi aggettivi, immagini nitide. Eccezionale, da questo punto vista l'attacco: " Non ci sono nomi in questa storia", che preannuncia la piccola discussione tra i due reporter presenti e le testimoni della tragedia, ma, soprattutto, delinea la misura di un dramma su scala universale, che trascende, ormai, ogni dimensione personale.

Ma non c'è solo il reportage di Hemingway a rendere interessante il libro. Il sottotitolo recita, infatti, I disastri naturali raccontati dai grandi reporter. E il primo articolo vale quanto il pezzo di Hemingway, se non di più. Si tratta della cronaca che Jack London scrisse per il Collier's Weekly sul terremoto che, nel 1906, colpì San Francisco. Lo scrittore abitava, all'epoca, in un ranch sulle colline intorno alla città. Svegliato di soprassalto dal terribile cataclisma, si trovò di fronte allo spettacolo di un'apocalisse nel centro californiano devastato e in preda alle fiamme. Subito si mise in cammino con la moglie.

Giunto in città, vagò per due giorni e due notti tra le macerie e le fiamme inarrestabili che bruciavano i resti di San Francisco. Da quell'esperienza, nacque un reportage memorabile, di una forza straordinaria. L'articolo è scritto in uno stile antiletterario, che non lascia spazio ad artifici di nessun tipo. Essenziale e sobrio, London descrive attraverso una prosa ridotta all'osso, una tragedia che non aveva bisogno di effetti speciali per essere raccontata. Indimenticabili, in questo senso, l'incipit e la conclusione, che traggono l'energia proprio dalla semplicità delle frasi. "San Francisco è perduta. Non ne rimane niente, se non i ricordi e una frangia di case in periferia" Così inizia il reportage che si conclude con un lapidario " I banchieri e gli uomini d'affari hanno già iniziato a fare preparativi per ricostruire San Francisco".

Oltre ai grandi nomi di Hemingway e di London, ci sono, poi, le splendide pagine di John Hersey , già autore di uno storico numero del New Yorker interamente dedicato al racconto dell'inferno di Hiroshima. Il giornalista americano descrive, in due pezzi magistrali, i disastri causati nel'55 dall'uragano Diane, in Connecticut. Il volume contiene anche il toccante racconto di Qian Gang, uno dei più importanti giornalisti d'inchiesta cinesi, sul terremoto che, nel '77, colpì Tangshan. Fu una delle più grandi tragedie della modernità, con i 270mila morti denunciati dal regime ma, alle spalle, l'ombra più inquietante (e più accreditata) di un numero che potrebbe essere arrivato a 700mila vittime.

L'ultima parte del libro, infine, è dedicata ad avvenimenti più recenti con le descrizioni di Robert Fisk, per l'Indipendent, del cataclisma che si abbatté sulla Turchia nel '99 e gli articoli di diversi cronisti che raccontano New Orleans, colpita dall'uragano Katrina nell'estate del 2005.

Un secolo di disastri naturali in 241 pagine di grande giornalismo. Ma anche uno scorcio di un'umanità che cerca di reagire, che si muove tra le macerie, una storia fatta di denunce per le colpe dei governi e le inefficienze dei soccorsi, della ricerca di un senso in mezzo a tanto dolore, di atti di eroismo e di gesti di sciacallaggio. Perché, come scrive Hersey, " è in una catastrofe che gli esseri umani capiscono di che cosa sono fatti loro e quelli che li circondano".

Catastrofi. I disastri naturali raccontati dai grandi reporter
A cura di Simone Barillari. Prefazione di Federico Rampini.
Minimum fax, 241 pagine
15 euro.

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