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Libri / Storia di un provinciale antitaliano

di Pino Fondati

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7 giugno 2007

Il provinciale in questione è lo stesso autore, Giorgio Bocca da Cuneo, classe 1920, una vita passata tra Langhe, Milano e tanti altri posti d'Italia, ad abitare, a guerreggiare ("si fanno scoperte miracolose sulla montagna partigiana, la fioritura dei ranuncoli e le pietre roventi") o a fare l'inviato. Come "Partigiani in montagna", ristampato in occasione del periodo più virulento della polemica contro l'antifascismo combattente, "Il provinciale" torna nelle librerie a più di 16 anni dalla prima pubblicazione (allora fu Mondadori..), deciso a far passare un brutto quarto d'ora a storici del revisionismo, personaggi politici di ogni schieramento, intellettuali e industriali, ma anche al popolo che si accontenta di tv e mediocrità. Dopo 16 anni per urlare "ve l'avevo detto io", un lungo periodo in cui la rabbia del grande giornalista è montata contro l'Italia, un paese che non ha ancora digerito il Risorgimento laico e che alla Resistenza guarda con un misto di indifferenza e di orrore.
Il libro, come Bocca ha ricordato in varie interviste, rappresenta l'aspirazione irrealizzata di un piemontese che sperava nel corso della sua vita di veder diventare l'Italia un paese normale. E invece, restano senza risposta tutte le domande che Bocca si faceva già 16 anni fa: perché la nostra società civile non matura, perché non abbiamo un'economia ragionevole, perché…? All'accusa di pessimismo, rivoltagli da molti critici, risponde che la realtà è anche peggiore. Un esempio? "La mafia che si fa ceto medio". C'è nel libro un intreccio di storia minore (il vino e i vignaioli delle Langhe, il sodalizio con il salumaio milanese, la Rinascente, il tempo e l'odore della neve), e di storia maggiore: la guerra partigiana e la Torino dura e viva del dopoguerra, Togliatti e De Gasperi, Mattei "onesto e corruttore" e il "cumenda" Angelo Rizzoli, ma anche gli "industrialotti" di Vigevano (di cui fu vittima incolpevole il buon Mastronardi), "Lascia e raddoppia" e il delitto Fenaroli, il Sessantotto, gli anni di piombo, la mafia, il generale dalla Chiesa, incontrato a poche settimane dalla morte, il "cavaliere" Berlusconi non ancora disceso in campo (nel 1991, Bocca ne vedeva positivamente l'estroversione e la capacità di non nascondere le proprie debolezze). Il tutto condito da una piemontesità curiosamente sabauda, che diventa valore riconoscibile (e irraggiungibile) di virtù ed efficienza. E di ordine, come quello che regna a Lugano, così lontana dalla villana Milano. O, peggio, dal sud. Già, il sud. "Passo per antimeridionale, scrive Bocca, e lo sono nel senso che sono troppo vecchio per essere un'altra cosa. Il meridionalismo, la rinascita del sud li lascio in eredità ai miei figli, ma temo che li passeranno ai nipoti". Lamenta Bocca la decadenza di Milano, una volta aperta, accogliente, con una borghesia simpatica e colta; oggi, irrimediabilmente in mano ai pubblicitari. Il 1968 è visto come il periodo che scompagina le gerarchie e che cerca di chiudere con il passato per aprirsi a un mondo nuovo e forse migliore. Speranza delusa, dopo le stragi della fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, gli anni di piombo, e l'uccisione di Aldo Moro. Non mancano le pagine dedicate alla televisione, il cui suggestivo sta nella sua stessa dissipazione, nel suo vuoto miliardario: migliaia di persone che lavorano per mesi a programmi destinati a spettatori stanchi, casuali, ignoranti..Nulla, scrive Bocca, è più lontano da un giornale di un telegiornale, nulla è più lontano da un saggio, da un libro dell'informazione televisiva. Allo stesso tempo testimonianza, autobiografia e romanzo, i 70 anni di storia italiana sono raccontati da Bocca con il senso delle cose concrete, l'allergia alle generalizzazioni e alle mode, la testardaggine delle proprie idee. Insomma, da buon provinciale.

Il provinciale. Settanta anni di vita italiana
di Giorgio Bocca
Feltrinelli (I Narratori), 2007
pagine 296, euro 17

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