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Le invisibili voci dei territori occupati

di Giovanna Canzi

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8 giugno 2007

Abd è avvocato e ha trascorso dieci anni in prigione. La sua colpa è quella di aver aderito a un partito palestinese. Durante la sua prigionia ha subito umilianti torture, perché come racconta Abd stesso «qui, nei territori palestinesi illegalmente occupati dall'esercito israeliano la parola "diritti umani" non ha alcun senso». Jihad vive nel campo profughi di Dheisheh. Insieme al lui altri 12.000 palestinesi, stipati in mezzo chilometro quadrato. Jihad vuole lottare «non, però, con le armi», ma scrivendo articoli e parlando. Suor Lucia presta da quattro anni il suo servizio di religiosa e di infermiera presso il Baby Hospital di Betlemme. Ogni volta che un bambino richiede cure più specifiche, sperimenta fino in fondo «la fatica di essere palestinesi», perché per raggiungere l'ospedale di Gerusalemme bisogna oltrepassare il muro. Storie di ordinari soprusi e sofferenze, voci strappate dalla paura e dal dolore, frammenti di esistenze ridotte ai limiti della sopportazione: queste le testimonianze raccolte da Nandino Capovilla e Betta Tusset nel libro "Bocchescucite. Voci dai territori occupati" (Edizioni Paoline, 10,00 euro). Un viaggio nella terra martoriata di Palestina per incontrare, ascoltare e raccontare a un mondo svogliato e distratto cosa accade al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni. Più i due autori - il parroco dell'isola di Murano e una giovane insegnante veneziana - avanzano nel loro cammino, più il baule trabocca di storie, di voci, di colori. E così Nandino Capovilla, referente nazionale della campagna "Ponti e non muri" promossa da Pax Christi International (www.paxchristi.net) e Betta Tusset si fanno megafono e moltiplicano le voci dei tanti amici incontrati durante il campo di lavoro del 2006 "Tutti a raccolta". Un'esperienza di certo particolare - così distante da quel turismo "mordi e fuggi", che sorvola la superficie della realtà -, volta a far conoscere la situazione degli abitanti di Aboud, villaggio violentato dalla furia dei coloni, che per prolungare l'illegalità del loro muro stanno strappando tutti gli ulivi di quella terra. Un resoconto puntuale, che dona voce a chi da anni è ignorato dai media. Si può, infatti, parlare di «un sistematico mascheramento della realtà da parte delle agenzie di stampa mondiali» sottolinea Nandino Capovilla «che regolarmente falsano e nascondono le responsabilità dei potenti. Qui il fenomeno è macroscopico: attraverso un perverso uso di ambigui eufemismi si fa credere quotidianamente alla gente che invece di un chiaro massacro basato sull'occupazione militare ci sia un conflitto con torti e ragioni da entrambe le parti. Questo - come ripete inascoltato il Patriarca di Gerusalemme - è semplicemente falso. Non si può proprio accettare l'equidistanza che confonde l'occupante con l'occupato». Checkpoint, apartheid, campi profughi, ingiustizie, diritti violati… ogni capitolo una storia, ogni storia una testimonianza. Come quella di Daniela, israeliana, la cui famiglia ha subito l'annientamento della Shoah, ma che contrariamente ai suoi "fratelli" non riesce a sopportare la violenza inferta al popolo palestinese. «Come possiamo giustificare le crudeltà che noi commettiamo contro una popolazione civile: donne, vecchi, bambini? Forse con la "sicurezza"?» si domanda Daniela. Per questo motivo da cinque anni e mezzo, insieme ad altre donne israeliane di Machsom Watch (associazione femminile, che si prefigge di monitorare i comportamenti di militari e polizia ai checkpoint, diffonderne i risultati e cercare - dove possibile - di assicurare il rispetto dei diritti dei palestinesi; www.machsomwatch.org) si reca ai checkpoint per interporsi fra la popolazione civile e i soldati. Un racconto importante quello di Daniela, che testimonia come anche fra gli israeliani sono in tanti coloro che desiderano la pace e che sono contro l'occupazione. Più ci si addentra nella lettura, più si scopre come fra tanto dolore e desolazione ci siano molte esistenze piegate dalla sofferenza e dall'umiliazione, ma non per questo spezzate. E' il caso di Maha, che per preservare l'identità del proprio popolo ha fondato nel 1991 il Palestinian Heritage Center (www.palestinianheritagecenter.com), volto a promuovere la cultura tradizionale palestinese, salvandola dall'oblio. «Gli israeliani ci rubano la terra, il tempo, l'andare, l'incontrarci. Ma non ci possono rubare la memoria» dice Maha, che da anni organizza esposizioni, mostre, sfilate di abiti le cui stoffe, intessute di vita, ci raccontano lo sforzo di un popolo che vuole resistere con dignità. Quella stessa dignità, cui hanno diritto i bambini dei campi profughi di Ramallah, di Jenin, di Hebron e che l'associazione francese Al Kamandjati ("Il violinista", www.alkamandjati.com) cerca di restituire. Fondata nel 2002 dal musicista palestinese Ramzi Aburedwan - cresciuto nel campo profughi di Al Amari, e diplomatosi presso il conservatorio di Angers, in Francia -, Al Kamandjati opera in numerosi campi, dove istituisce scuole di musica destinate ai bambini e pronte a far risuonare una sinfonia di pace. Un viaggio intenso, dunque, fitto di volti, parole, verità non a tutti note. Un viaggio importante e coraggioso, perché come scrisse Hanna Arendt in una delle stagioni più cupe del XX secolo «Dove tutti mentono, riguardo a ogni cosa importante, colui che dice la verità, lo sappia, o no, ha iniziato ad agire; (…) egli ha fatto un primo passo verso il cambiamento del mondo».

"Bocchescucite. Voci dai territori occupati"
Edizioni Paoline, 10,00 euro
www.paoline.it
Info: www.paxchristi.it

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