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Partito della speranza contro partito della scienza?

di Armando Massarenti

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6 febbraio 2000

Una volta Hilary Putnam, conversando con Richard Rorty sull'importanza di un libro come Una teoria della giustizia di John Rawls, sottolineò, per una politica responsabile, la necessità di definire con chiarezza alcuni principi di fondo. Rorty lo guardò, quasi sorpreso, e rispose: "Principi? No, non credo proprio che una buona politica abbia bisogno di principi. Ciò di cui abbiamo bisogno sono delle storie". Una delle storie che Rorty ama raccontare in realtà piace anche a Putnam, anche se la morale filosofica che ne trae è diversa. É la storia della sinistra americana, riformista e anti-comunista, che nei primi due terzi del secolo scorso ha cercato di realizzare, ottenendo anche qualche buon risultato, il sogno di una maggior giustizia sociale per gli americani. Tra gli eroi di questa storia vi sono il poeta Walt Whitman e soprattutto il filosofo pragmatista John Dewey, i quali hanno avuto il merito di far coincidere i loro ideali progressisti con l'orgoglio di essere americani. L'America, per loro, era il Paese dove democrazia e giustizia sociale si sarebbero potute realizzare, prima che altrove, in perfetta consonanza con il patrimonio di valori costituzionali di stampo liberale ereditato dai padri fondatori. America e democrazia erano sinonimi, e a questo doppio ideale allude anche il titolo originale del libro di Rorty, Achieving Our Country, ora tradotto in italiano. Ma a questa sinistra che ancora era in grado di influire sulla politica e sulla legislazione ne è succeduta un'altra: quella contestataria e antisistema degli anni 60, il cui odio incondizionato per l'America - anzi, l'Amerika - è spesso coinciso con una altrettanto irrazionale adesione alle più aberranti realizzazioni del comunismo. Anche questa sinistra, sostiene Rorty, ha avuto qualche merito: ha posto fine alla guerra del Vietnam e ha inaugurato una politica di difesa delle minoranze oppresse (neri, omosessuali, ecc.). Ha finito però per rifugiarsi nelle comode stanze dell'accademia (nelle quali pure Rorty alberga) e per far passare per progressiste una serie di analisi astratte e inconcludenti almeno quanto gli autori - per lo più francesi, post-moderni e poststrutturalisti - che le ispirano. Se, come dice Lacan, il desiderio umano non può per natura essere soddisfatto; se il significato delle nostre parole è indecidibile, come afferma Derrida; se è impossibile rappresentare eventi come il massacro degli ebrei e degli indigeni americani, come sostiene Lyotard; e se infine il potere pervade senza scampo ogni nostro gesto e pensiero, come ci spiega Foucault, allora che senso ha formulare programmi politici, scrivere proposte di legge, intraprendere un'azione? Da dove dovrebbe venire la "speranza" che le cose, grazie al nostro operato, possano migliorare? Ecco la parola magica di Rorty. La sinistra americana deve tornare ad essere il "partito della speranza". A questo serve raccontare storie edificanti sulla Vecchia Sinistra riformista. Che non era tutto oro, ma che ha realizzato cose importanti. E a questo serve riacquistare l'orgoglio nazionale perduto, e mai più ritrovato, dopo le vicende del Vietnam. Meglio tornare a insistere sulla gloriosa tradizione costituzionale degli Stati Uniti, sulla "religione civile" che la ispira, e sulle sue graduali conquiste piuttosto che lasciarsi prendere dalle vaghezze del multiculturalismo oggi in voga, incapace com'è, a parere di Rorty, di vedere con chiarezza quali sono i veri problemi della globalizzazione. La Sinistra Culturale oggi imperante, figlia della Nuova Sinistra degli anni 60 ha finito per promuovere quell'atteggiamento disilluso, "da spettatori" - contrapposto a quello "da agenti" - contro il quale Dewey aveva combattuto con la propria filosofia. Tornare al pragmatismo ha dunque per Rorty un duplice significato, politico e filosofico. Ma se sulla morale "politica" delle sue storie si può convenire (a patto di condividere già in partenza le sue "speranze"), su quella "filosofica" le incongruenze sono più evidenti. L'idea portante del pragmatismo è secondo Rorty che non esiste nulla che possa porsi al di fuori o al di sopra della comunità umana, la quale è chiamata a risolvere i propri problemi morali e politici solo attraverso il consenso. Non ci sono più Dio, Legge Morale, Valori, Natura Umana, Realtà Oggettiva o Verità che ci possano soccorrere. Ci siamo solo noi con la nostra capacità di dialogo e di confronto. Se ci affidassimo a quelle astrazioni abbracceremmo la posizione dell'"occhio di Dio", del "punto di vista dello spettatore" tipico - secondo Dewey - delle filosofie di stampo conservatore, che rispecchiano un'idea gerarchica della società, precedenti l'avvento della modernità. Fin qui tutto bene. Ma da tutto questo non si può concludere che se non ci sono Dio, i Valori, ecc. non disponiamo più di nessun criterio di obiettività quando cerchiamo di risolvere i problemi che ci riguardano. Altrimenti ci ritroviamo di nuovo nelle braccia di quegli autori post-moderni che - come lo stesso Rorty denuncia - ci spingono ad abbracciare (sia pure sul versante opposto dei Metafisici e dei conservatori) una posizione da meri "spettatori". Se non abbiamo alcun criterio per stabilire che la soluzione a un problema è migliore di un'altra, perché mai dovremmo essere spinti all'azione? In realtà Dewey - come ha osservato Putnam - aveva intrapreso un coraggioso tentativo, tuttora incompiuto, di "ricostruzione della filosofia" per trasferire nel campo morale e politico l'enorme potenzialità del metodo empirico che ha portato al successo delle scienze naturali. Contro i detrattori della scienza, Dewey cercò di mostrare che è proprio da un analisi dei procedimenti della scienza - la quale peraltro gli aveva fornito una immagine assai più dinamica della "natura umana" rispetto a quella della metafisica tradizionale - che possiamo ricavare i nostri ideali democratici. Per questo egli propone, anche in filosofia, un atteggiamento sperimentale e fortemente antidogmatico. Il suo modello per la discussione pubblica democratica è quello di una comunità di ricercatori scientifici sinceramente impegnati a risolvere un problema. A risolverlo, per quanto è possibile, oggettivamente, e non attraverso mere razionalizzazioni intellettualistiche. Nella scienza infatti - ed egli auspica, anche nella società - l'intelligenza e la qualità delle soluzioni dei problemi emergenti sono direttamente connessi alla democraticità della ricerca e all'assenza di gerarchie, cioè alla possibilità da parte di tutte le persone coinvolte di scambiarsi informazioni e avanzare critiche e considerazioni in modo libero e aperto. Per questo l'opposizione (di cui si legge nella quarta di copertina) "partito della speranza contro partito della scienza, del dogma, della verità", agli occhi di Dewey, sarebbe apparsa del tutto contraddittoria.
Richard Rorty, "Una sinistra per il prossimo secolo", prefazione di Gianni Vattimo, Garzanti, Milano 1999, pagg.140, L. 25.000.

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