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Oggettività e democrazia

di Armando Massarenti

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22 agosto 1999

Così come il pragmatismo classico - quello di Peirce, James e Dewey - non si è mai presentato nella veste di un movimento unitario, ma è sempre stato attraversato da forti tensioni interne, così la sua rinascita, oggi, nel mondo filosofico americano vede come protagonisti pensatori assai diversi e spesso tra loro in aperto contrasto come Richard Rorty, Hilary Putnam, Robert Brandom, Cornell West, oltre a due grandi vecchi di Harvard come Quine e il recentemente scomparso Nelson Goodman. Eppure c'è un'aria di famiglia tra tutti questi "pragmatisti", vecchi e nuovi, che non può sfuggire soprattutto a chi guarda a questa tradizione dall'esterno, e in particolare da un Paese come l'Italia dove il pragmatismo - nonostante il buon inizio di Vailati e Papini - non ha mai veramente attecchito. Perché il pragmatismo più che una posizione filosofica esprime un atteggiamento nei confronti dei problemi filosofici caratterizzato da una forte sottolineatura del carattere pratico e attivo della conoscenza, da cui derivano tratti come l'antiessenzialismo, l'antifondazionalismo, l'antiapriorismo, il superamento di una serie di dicotomie tradizionali (come quella tra fatti e valori), il pluralismo, la diffidenza verso i grandi sistemi metafisici. Tutti aspetti sviluppatisi ben prima - e in maniera ben più solida e costruttiva - delle attuali mode deboliste e post-moderne, cui per certi versi può essere assimilato il più noto tra i neopragmatisti contemporanei: Richard Rorty.Quest'ultimo, in positivo e negativo, è forse il vero protagonista - insieme al suo eroe John Dewey - dei saggi raccolti da Giancarlo Marchetti nel volume Il neopragmatismo. In positivo perché egli ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito filosofico pensatori che l'egemonia della corrente analitica, affermatasi a partire dagli anni 50, sembrava aver condannato nel dimenticatoio, riproponendo una filosofia più vicina ai problemi pubblici e dai forti connotati etico-politici. In negativo perché sono in molti, in questo volume, a contestare la liceità di certe sue conclusioni e della sua interpretazione del pragmatismo classico, in particolare proprio del l'amato Dewey.Rorty, scrive Barry Allen, "crea una filosofia per coloro che non hanno più fiducia nella filosofia", attribuendo al nuovo pragmatismo il compito di dissolvere o "decostruire" una serie di problemi filosofici, tra cui soprattutto quello della verità (mai trascurato invece da Peirce, James e Dewey). Il pragmatismo ci avrebbe insegnato che oggi non ci sono più problemi filosofici importanti da risolvere, ma che la filosofia è una pratica discorsiva fra le altre che caratterizzano la nostra convivenza democratica. La democrazia viene considerata da Rorty come data e non come qualcosa da riconquistare e riformare costantemente. Concentrandosi solo sull'attività di decostruzione il pragmatismo di Rorty perde così rispetto a quello classico il suo carattere di critica delle istituzioni sociali esistenti.Ma - osserva Richard Bernstein - "lo spirito prevalente del pragmatismo non è stato (con buona pace di Rorty) la decostruzione ma la ricostruzione": "tutti i pragmatisti hanno avuto un forte senso di quello che Rorty chiama "contingenza", la precarietà dell'esistenza umana" ma essi "si sono sempre opposti al cinismo e a tutte le forme di disperazione alla moda" e a "ogni forma di critica assolutistica che tende a promuovere un senso di impotenza sociale e politica", sviluppando "un'avversione quasi viscerale contro tutti i tipi di "vero credente" e di fondamentalista (religioso e non)".Il grande pregio del pragmatismo infatti, aggiunge Hilary Putnam (che non a caso ha intitolato uno dei suoi ultimi libri Rinnovare la filosofia, ed. Garzanti, riecheggiando il Rifare la filosofia di Dewey, ed. Donzelli) è stato proprio il suo carattere costruttivo, la sua capacità di evitare "sia le illusioni della metafisica sia le insidie dello scetticismo". E questo lo si vede proprio nella sua riflessione sulla democrazia, che si intreccia fortemente con la consapevolezza del carattere fallibile della nostra conoscenza e della provvisorietà delle soluzioni ai nostri problemi sociali e politici (oltre che scientifici).Il modello per la discussione pubblica democratica proposto da Dewey, sostiene Putnam, non è quello dell'intrattenimento alla Rorty, ma è quello di una comunità di ricercatori scientifici sinceramente impegnati a risolvere un problema. Nella scienza l'intelligenza e la qualità delle soluzioni dei problemi emergenti sono direttamente collegati alla democraticità della ricerca, cioè alla possibilità da parte di tutte le persone coinvolte di scambiarsi informazioni e avanzare critiche e considerazioni in modo libero e aperto. Lo stesso dovrebbe valere per i problemi sociali, che secondo Putnam sono tutt'altro che esauriti. Di qui la necessità di costituire, e contribuire a mantenere, una sfera per la discussione pubblica, in cui non ci sia una separazione artificiale tra filosofi o esperti da una parte e cittadini dall'altra. Una società che accetta questa separazione escludendo di fatto i cittadini comuni dalla discussione dei problemi pubblici che li riguardano, non solo non è una società democratica, ma tende a produrre un sapere filosofico scadente e inadeguato, e proporre, invece di soluzioni ragionevoli, solo pompose razionalizzazioni. É entro questa idea di democrazia - di cui Putnam propone, confrontandosi anche con Habermas e Apel, una giustificazione epistemologica - che una serie di concetti e problemi filosofici riacquistano tutto il loro interesse, e non risultano semplicemente dissolti. A partire da quello della verità e dell'oggettività. Laddove Rorty si limita a indicare per le pratiche discorsive il fine di trovare sempre nuovi modi, migliori dei precedenti, di vivere e agire, Putnam suggerisce, sulla scorta di Dewey, una forma di fallibilismo come vero antidoto al relativismo rortiano, dove il fallibilismo è inteso come possibilità di cambiare o modificare le proprie idee, credenze, valori, entro un contesto pluralistico, nel momento in cui queste fossero sottoposte a critiche convincenti e in qualche modo oggettive.Un'accusa di relativismo, però, negata dall'interessato, che cerca di chiarire amabilmente - nel saggio su Putnam e la minaccia relativista - ciò che lo unisce e ciò che lo divide dal filosofo di Harvard. Ne emerge soprattutto una differenza di temperamento, sottolineata in vari saggi del volume. Più o meno come succedeva tra Peirce e James quando quest'ultimo prese il termine "pragmatismo", coniato da Peirce, per etichettare quel nuovo movimento filosofico, e Peirce in tutta risposta ribattezzò la sua dottrina "pragmaticismo, un nome abbastanza brutto per essere al riparo dai ladri di bambini".

"Il neopragmatismo", a cura di Giancarlo Marchetti, contributi di Richard J. Bernstein, Barry Allen, Carlos Prado, Richard Rorty, Hilary Putnam, Joseph Margolis, Robert Brandom, Mak Okrent, La Nuova Italia, Firenze 1999, pagg. 240, L.27.000.

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