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Quarant'anni fa "Sgt. Pepper" fece la sua rivoluzione

di Francesco Prisco

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1 giugno 2007

Giusto quaranta anni fa si consumò la rivoluzione che ha fatto meno vittime e più proseliti del Novecento. Nessuna dichiarazione d'indipendenza, niente rovesciamenti dell'ordine costituito, decapitazioni di tiranni o prese del Palazzo d'Inverno. L'1 giugno 1967 l'unico muro a cadere fu quello che separava musica colta e musica popolare: i Beatles diedero alle stampe "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", «il primo disco pop ad essere preso sul serio» stando al giudizio del caposcuola del minimalismo musicale Philip Glass, l'album che inaugurò la prima "Estate dell'amore", segnò il culmine e sancì l'inizio della fine per l'irripetibile parabola culturale degli anni Sessanta.
Oltre trenta milioni di copie vendute nel mondo di cui 4,8 milioni nella sola Gran Bretagna (secondo piazzamento di sempre), undici dischi di platino Usa, il primato fra i "Definitive 200 Albums" scelti dalla Rock and Roll Hall of Fame e il premio come miglior disco di tutti i tempi secondo l'autorevole rivista americana "Rolling Stone". Quelli che apparirebbero risultati ingombranti per la carriera di qualsiasi musicista, a malapena rendono idea della straordinaria complessità del fenomeno "Sgt. Pepper". E' un disco rock che coniuga ricerca di nuovi territori musicali e una buona dose di autoironia, armonie vocali e rumorismo minimalista, sprazzi di psichedelia e suggestioni sinfoniche in una ubriacante miscela di sapienza compositiva. E' una concept opera ideata, quasi inconsapevolmente, prima che il genere diventasse canone prediletto dalle avanguardie progressive. E' semplicemente arte in tutti i suoi 39 minuti e 43 secondi, dalla prima nota fino all'ultimo dettaglio del packaging.
Sulla genesi del progetto si incrociano aneddoti dei protagonisti e leggende metropolitane. Secondo la tradizione, a fare la prima mossa fu Paul McCartney che, di ritorno da un viaggio all'estero con il fido road manager Mal Evans, pensò di trascinare i ragazzi del gruppo in un'avventura che per quanto possibile fosse qualcosa di più del pur eccezionale "Revolver" (1966). Il modello a quanto pare fu "Pet Sounds" (1966) dei Beach Boys, album di pop e contaminazioni che - ironia della sorte - a sua volta proprio a "Revolver" si ispirava. Il "concept" di riferimento, con la "Banda dei cuori solitari" agli ordini del Sergente Pepper, Paul lo trovò nell'immaginario delle brass bands, le orchestre di piazza tanto popolari nel Regno Unito ai primi del Novecento. Da qui partiva un'idea folgorante: ciascun membro dei Beatles si sarebbe scelto un alter ego nella "Banda dei cuori solitari" e l'avrebbe interpretato. Pare che John Lennon, troppo preso dalla crisi del suo matrimonio con Cynthia Powell, e George Harrison, troppo preso dagli insegnamenti Hindu, guardassero a seconda delle circostanze con ironia o distacco al progetto. Non è un caso se delle 13 canzoni dell'album Paul ne compone 7 in pressoché totale autonomia (tra queste la title track che è probabilmente il suo pezzo del disco più noto). Per quanto misurato, il contributo di Lennon e Harrison è qualitativamente eccelso. John mette in fila i capolavori "Lucy in the sky with diamands" e "Being for the benefit of Mr. Kite" con la divertente "Good morning good morning, George apre il lato B del disco con "Within you, without you", riflessione indiana a base di sitar e tabla. Insieme Lennon e McCartney affidano a Ringo Starr "With a little help from my friend" che (con 21 cover di artisti diversi) diventerà il pezzo del disco più reinterpretato, ma soprattutto "A day in the life", capolavoro di scrittura del duo di Liverpool nel quale emergono magnificamente le loro complementari diversità. A fare il resto ci pensarono il produttore George Martin, unico a meritare veramente l'abusato epiteto di "quinto beatle", e l'ingegnere del suono Geoff Emerick che ebbero il complicato compito di tradurre in musica tutte le bizzarrie effettistiche che passavano per la mente di John e soci. Le sedute di incisione durarono 129 giorni, in un'epoca in cui per sfornare un Lp le case discografiche ti mettevano a disposizione a malapena un paio di settimane.
La copertina del Time del 22 settembre 1967Semplicemente arte è anche la celeberrima copertina-collage con tutti gli "eroi" dei Fab Four, realizzata dal genio della Pop Art inglese Peter Blake e fotografata da Michael Cooper. "Galeotto" fu il mercante d'arte Robert Fraser, dal quale i Beatles si servivano per spendere le migliaia di sterline in surplus: presentò a Paul lo stesso Blake, aprendo la lunga stagione delle copertine d'autore. Qualcosa cambiava nella band e non solo: se ne accorse il magazine "Time" che dedicò la copertina del numero del 22 settembre 1967 alla «nuova incarnazione» dei Beatles.
Come ogni capolavoro che si rispetti, "Sgt. Pepper" ha una letteratura interamente dedicata nell'ambito della quale spiccano "Estate d'amore e di rivolta" dell'ex addetto stampa dei Beatles Derek Taylor (in Italia edito da Shake) ma soprattutto "Summer of love: the making of Sgt. Pepper", scritto addirittura da George Martin. I lettori italiani possono poi optare per il recente "Sgt. Pepper – La vera storia", rilettura divertente e divertita dell'album a cura di Riccardo Bertoncelli e Franco Zanetti.
In tempi di anniversari gli omaggi si moltiplicano. Ma qual è il tributo migliore che si possa offrire al "Sgt. Pepper"? Se lo chiese ammirato un venticinquenne americano a sole due settimane dall'uscita del disco. Rispose d'istinto: riportò la title track all'essenzialità di un riff di chitarra elettrica e la cantò davanti a più di 200mila persone. Non era uno qualsiasi: si chiamava Jimi Hendrix. L'estate dell'amore sarebbe stata anche la sua estate.

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