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"L'uomo di vetro", storia del primo pentito di mafia nell'intervista a Stefano Incerti

di Giuseppe Distefano

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15 giugno 2007

David Coco in "L'uomo di vetro"Stefano Incerti, napoletano affabile e generoso, è regista dalla mano sicura, dallo stile asciutto e rigoroso, fra i più impegnati, per tematiche e linguaggio, nel panorama del cinema italiano. A sedici anni comincia a girare dei cortometraggi vincendo dei premi in festival internazionali di cinema non professionale. Ma cullava questo sogno più come hobby che come un'opportunità reale. Vicino alla laurea in legge, un giovane produttore colpito dai suoi corti lo vuole a Roma come assistente alla lavorazione di un film. Inizia una gavetta tout-court prima come aiuto regista di dodici film, poi come direttore di produzione per Morte di un matematico napoletano con Mario Martone (col quale realizza anche Rasoi sia a teatro che al cinema, e Riccardo II) poi con Pappi Corsicato. Finalmente a 28 anni scrive, a quattro mani, e realizza Il Verificatore, film subito baciato dal successo di critica e di pubblico, e da premi importanti: David di Donatello, Grolla d'oro e Globo d'oro come miglior regista esordiente, e molti festival all'estero. Anna Bonaiuto in "L'uomo di vetro"L'uomo di vetro, in concorso al Festival di Taormina e in uscita nelle sale il 16 giugno. Tratto dal libro omonimo di Salvatore Parlagreco (Ed. Bompiani), si ispira alla controversa vicenda di Leonardo Vitale, primo pentito di mafia che rivelò nomi, delitti e collusioni, ma che pagò il coraggio di questa scelta con il carcere, con undici anni di manicomio giudiziario, e poi con la vita, freddato da un sicario nel 1984 dopo pochi mesi dalla sua scarcerazione.

Anche questo, come gli altri suoi film, ha avuto una lunga gestazione ed è stato sofferto nella preparazione…
… Perché non totalmente ortodosso in un panorama in cui ormai viene premiato il cinema dei teenager. Non è però un film ostico, perché ho cercato di far mia la lezione di Rosi che pur girando film difficili, spettacolarizzandoli riusciva ad arrivare al pubblico. Volevo raccontare – e credo di averlo fatto in maniera rigorosa - aderendo al racconto così come la storia personale e anomala di Vitale richiedeva. E mai come questa volta, proprio perché è una storia vera, volevo soprattutto arrivare a fare accettare la vita di un uomo sacrificata per un ideale. Un uomo non pulito, però, in parte vittima, in parte colpevole.

Non è stato quindi un eroe?
Semmai un antieroe, uno che poteva scegliere tra diventare prete o gangster. Finisce per diventare gangster ma contro la propria volontà, a causa di uno zio (l'attore Toni Sperandeo, ndr) che si sostituisce al padre. Erano gli anni '70, epoca nella quale – lo riconosceva Giovanni Falcone - il fenomeno mafioso veniva ritenuto scomparso. Dalla metà degli anni ‘50 alla metà dei ‘70 in Italia si faceva finta che la mafia non esistesse, a causa anche degli inizi degli anni di piombo, fenomeno verso il quale era rivolta l'attenzione sia della la polizia che della magistratura. Indisturbata, la mafia in realtà continuava ad aprire nuovi spazi, accaparrandosi il mercato della droga. Falcone riconobbe l'importanza delle testimonianze di Leonardo, ma purtroppo retroattivamente.

L'unico che invece crede alle sue confessioni è l'allora giovanissimo commissario Contrada. Come mai?
Di certo non per un motivo razionale poiché le sue dichiarazioni risultavano sicuramente strampalate in quanto Leonardo, già fragile e a forza di uscire ed entrare dagli ospedali psichiatrici, è realmente impazzito. Gli crede probabilmente per quel fiuto, o istinto, tipico del poliziotto quando riconosce una persona che sta dicendo la verità. E che a mentire non avrebbe nulla da guadagnarci. Il fenomeno del pentitismo è successivo, nato dalla volontà e dalla forza d'indagine di Falcone e Borsellino. E dobbiamo ammettere che forse è l'unico modo per attaccare dall'interno la mafia, perché solo attraverso le confessioni di chi c'è dentro si può arrivare a scardinare un sistema che è omertoso e che si nasconde all'esterno.

Però è anche vero che il pentitismo è diventato, per come è stato utilizzato, uno strumento di ricatto, di compromesso.
Per Vitale non è così, anzi. Egli non aveva nessun interesse. Era preoccupato soprattutto per parenti e amici. Aveva questo dissidio interiore fortissimo: da una parte voleva liberarsi del peso che lo opprimeva; dall'altra non voleva fare del male alla sua famiglia. Anche lo zio e la madre si trovarono di fronte al bivio: fare finta di niente e accettare che da un momento all'altro la mafia avrebbe ucciso Leonardo, oppure, d'accordo con la mafia, farlo passare per pazzo.

Cosa lo ha affascinato di questo personaggio?
Innanzitutto perché ancora una volta è la storia di una solitudine. Ho cercato di raccontare soprattutto la storia di un uomo, il percorso della sua follia, di un eroe non positivo. Il fascino è stato la possibilità di raccontare una lotta per la sopravvivenza. Ne Il verificatore era quella del lettore del gas che andava di casa in casa dovendo vincere anche il disagio rappresentato dal proprio aspetto fisico di persona grossa; in Prima del tramonto era invece quella di un immigrato. Insomma mi sembrava coerente alle scelte di cinema fatte finora, e mi sembrava una storia originalissima, forte, paradossalmente più surreale di quanto fosse la realtà.

Ha avuto dei problemi nel raccogliere materiale, informazioni? E da dove avete attinto?
Ci siamo documentati grazie al lavoro fatto da Salvatore Parlagreco che è coautore nella sceneggiatura insieme a Heidrum Schleef. Parlagreco è un giornalista palermitano che ha avuto la possibilità di incontrare la madre di Vitale prima che morisse e quindi raccogliere materiale autentico, anche in forma di lettere e documenti. Inoltre ci siamo procurati le perizie psichiatriche e tutti i reperti che erano stati scritti su di lui. Abbiamo lavorato maggiormente sulla ricostruzione interiore, facendo attenzione anche alla somiglianza ma senza volerne fare un clone.

La cosa che stupisce è che un regista italiano ci abbia messo oltre trent'anni per raccontare questa storia. Credo che altri due registi ci abbiano provato precedentemente...
Si, ci sono stati due progetti di Tornatore e di Giuseppe Ferrara. Questo è anche il segno che è un film difficile e bisognava insistere. A me non sono mai piaciuti i film facili. Certo, finora ho impiegato non meno di tre anni per fare un film, segno che in Italia non c'è un'industria, ma siamo nelle mani di un artigianato e questo si paga duramente. Da una parte però ho una grande libertà, cioè la possibilità di fare film nei quali credo, e questo mi dà il senso di non essere venuto a patti. Finora non ho mai fatto televisione per una scelta precisa, non per snobismo ma perché credo che siano linguaggi diversi e, fino a quando non troverò la storia che richiede un certo linguaggio preferisco continuare a credere nel cinema.

Cosa le preme comunicare con questo film? Cosa vorrebbe che arrivasse al pubblico?
Soprattutto le emozioni che spero di aver costruito nel film, le stesse che mi hanno spinto a scegliere questa storia. Tutte le letture che possono poi fare gli spettatori le lascio a loro. Spero che ci sia una lettura non superficiale e che raggiunga più gente possibile. Il film quando esce è una creatura che non appartiene più al regista. Ammiro molto quei registi che si limitano a parlare attraverso le loro opere.


"L'uomo di vetro", regia di Stefano Incerti. Soggetto di Heidrun Schleef e Salvatore Parlagreco, con la collaborazione di S. Incerti. Fotografia di Pasquale Mari. Interpreti: David Coco, Anna Bonaiuto, Tony Sperandeo, Ninni Bruschetta, Francesco Scianna, Tony Palazzo, Elaine Bonsangue, Ilenia Maccarrone. Produzione Red Film con Rai Cinema. Prodotto da Mario Rossini. 01 Distribution.

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