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Jonathan Coe: «Non c'è satira per l'epoca del terrorismo islamico»

di Francesco Prisco

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9 luglio 2007

La libreria di Largo Argentina è tutta delirio di fan, lettori e semplici curiosi: per quanto si tratti di una cornice dove i grandi eventi editoriali sono di casa, tanto clamore per uno scrittore probabilmente nessuno se lo aspettava. Jonathan Coe arriva con circa mezzora d'anticipo all'appuntamento con il cocktail di presentazione de "La pioggia prima che cada" (Feltrinelli, 2007), la sua ultima fatica letteraria pubblicata in Italia prima che in ogni altra parte del mondo. E la passione del pubblico italiano rende di facile comprensione questa scelta apparentemente così insolita per un romanziere inglese. Appena i lettori lo riconoscono è ressa per gli autografi e le foto ricordo, rito cui non si sottraggono nemmeno i turisti britannici a spasso per il centro storico di Roma. Per scambiare un paio di parole in tranquillità siamo costretti ad allontanarci dalla libreria e a raggiungere un improbabile bistrot dove Coe, molto divertito dalle ali di pollo e le insalate miste esposte in vetrina, davanti ad una birra ghiacciata fa il punto sulla sua produzione letteraria, approdata a risultati tutt'altro che scontati.
Mister Coe, la critica la ritiene uno dei maggiori autori contemporanei di satira sociale. Come mai mentre nel suo Paese finisce l'era Balir lei pubblica un romanzo intimista e sofferto come "La pioggia prima che cada"?
«Non scrivo quello che vogliono i critici, ma quello che voglio io. Ho tenuto per due anni dentro l'idea di "La pioggia prima che cada" e ho deciso che era venuto il momento di farlo uscire. Ho scritto molto su Tony Blair in opere come "Circolo chiuso". Il mio pensiero è quello e, per il momento, non ho nulla da aggiungere a riguardo. Credo piuttosto sia il momento adatto per trattare temi più universali ma non meno problematici».
Ha scritto un libro tutto al femminile, a cominciare dall'io narrante, Rosamond, che ricostruisce la sua tormentata biografia attraverso la parabola della storia inglese dal dopoguerra ad oggi. I personaggi maschili sono del tutto marginali. Ha trovato particolari difficoltà, lei che è un uomo, a "ragionare" al femminile?
«Assolutamente no. Vivo con mia moglie e le mie due figlie, completamente calato in un universo al femminile. Devo riconoscere che anch'io, in quanto uomo, sono del tutto marginale in questo universo. Ritengo per questo che "La piogga prima che cada" sia un romanzo che riflette la mia vita com'è oggi. Non so quanto sia riuscito a parlare con voce femminile, ma non ho trovato così difficile farlo. In "Circolo chiuso" ho scritto di Paul Trotter, un politico di estrema destra per giunta adultero. Devo dire che in quel caso ho effettivamente fatto molta fatica a calarmi nel personaggio. Mi sento molto più vicino a Rosamond. Il fatto che si tratti di una donna non è assolutamente rilevante».
Nel libro Rosamond descrive molto dettagliatamente ad Imogen, la nipote cieca, foto d'epoca della provincia inglese. E' partito da foto esistenti o ha totalmente inventato quelle descrizioni?
«Tutte le foto che racconto nel libro esistono realmente. Ho fatto il tentativo di descrivere immagini senza punti di riferimento ma non ci sono riuscito. Così ho attinto al vecchio album di famiglia, alla mia storia personale. Ho scannerizzato le fotografie che mi interessavano. Quando lavoravo avevo lo schermo del computer diviso in due. Da un lato la foto, dall'altro il file Word».
Nell'economia del libro, il film "La volpe" di Michael Powell svolge un ruolo importantissimo. Cosa rappresenta per lei quel film e, più in generale, il cinema inglese degli anni Quaranta e Cinquanta?
«"La volpe" è l'unico film mai girato nella contea inglese dello Shropshire. Nella cittadina di Much Wenlock, che fece da set, ci sono ancora comparse superstiti che ogni anno organizzano celebrazioni di quelle riprese che per la comunità locale hanno assunto un'immagine leggendaria. Penso a cosa potesse significare per la profonda provincia inglese dell'immediato dopoguerra vedersi arrivare una troupe professionistica e attrici del calibro di Jennifer Jones, reduce nientemeno che da "Duello al sole". Venti anni fa, quando mi trasferii a Londra e abitavo in una zona molto povera della città ero ossessionato da quel film, perché mi ricordava casa: ne vedevo in continuazione la videocassetta. Per quanto riguarda il cinema britannico, mi piace molto. Sono parecchio triste perché oggi da noi si fanno pochissimi film e ancora meno di qualità. Negli anni Quaranta, ai tempi de "La volpe" avevamo invece grandissimi autori come Carol Reed o lo stesso Powell. A volte mi capita di pensare a cosa sarebbe potuto succedere se Alfred Hitchcock fosse rimasto in Inghilterra».
E se fosse rimasto Charlie Chaplin?
«Chaplin non mi piace. Non mi fa ridere, lo trovo un autore molto sentimentale. Vero è che ho visto i suoi film ormai troppo tempo fa. La Tv britannica non li trasmette molto spesso, fatta eccezione per "Tempi moderni" o "Il grande dittatore". Ad ogni modo posso dire che gli preferisco Buster Keaton… faccio parte dell'altro partito, insomma».
Sta avendo molte recensioni in Italia che insistono sul tema dell'omosessualità di Rosamond, probabilmente più di quanto sia lecito. Il suo, infatti, non è semplicemente un libro sull'omosessualità. Potrebbe essere a causa del dibattito in corso nel nostro Paese sui diritti delle coppie di fatto. Le dà fastidio sentirsi "tirato per la giacca"?
«No, ma confesso che sono molto sorpreso. Il libro è uscito in Italia prima che in Inghilterra e sono convinto che nel mio Paese non si farà grande caso al tema dell'omosessualità. Abbiamo infatti un approccio molto più laico alla questione. Per la vicenda di Rosamond mi sono ispirato ad una coppia gay di mie amiche che hanno adottato un maschio e una femmina. Oggi sono una gran bella famiglia. La vedo come una cosa molto naturale».
La letteratura britannica ha una grande tradizione di romanzieri satirici. Quale è stato il suo modello?
«Sicuramente Evelyn Waugh, autore di cui sono un grandissimo ammiratore che ha scritto in modo satirico ma anche tenero dei rapporti interni alle coppie o alle famiglie. Faccio però difficoltà a ritenermi uno scrittore satirico. Per scrivere satire devi capire il mondo ed io più invecchio, meno lo capisco. Vedo per esempio che un gruppo di medici che per anni ha lavorato nella sanità pubblica progetta attentati fondamentalisti. Una cosa terribile. Come si fa a scrivere una satira su questo argomento?».
Cosa pensa della letteratura britannica contemporanea?
«Sono concorde con l'opinione di quei critici che sostengono che nell'Inghilterra odierna non ci sono grandissimi nomi ma semplicemente una buona generazione di scrittori. Negli ultimi anni, poi, hanno esordito numerosi talenti e la cosa mi fa piacere. Mi fa, invece, decisamente molto meno piacere costatare che le scelte editoriali siano sempre più commerciali e questi esordienti con qualcosa da dire facciano sempre maggiore fatica ad emergere».
E della letteratura italiana cosa pensa?
«In Inghilterra ne leggiamo poca, purtroppo, perché non viene tradotta. Da noi lo scrittore italiano di maggiore successo è Niccolò Ammanniti che, tra le altre cose, mi piace molto. Quando conosco uno scrittore del vostro Paese però sono molto triste, perché so che in tutta probabilità non potrò mai leggere i suoi lavori».
La folla di Largo Argentina lo acclama quasi come una rock star. Gli facciamo notare che, in proporzione, ci sono più groupie per lui in libreria di quante ce ne fossero due giorni prima allo Stadio Olimpico per Mick Jagger. Sorride divertito dietro il caschetto bianco da splendido 45enne. «A pensarci bene – dice – non ho mai visto i Rolling Stones in concerto. Per scelta? Per caso? Forse entrambe le cose. Ad ogni modo apprezzo l'energia che, nonostante l'età, riescono ad irradiare quando si esibiscono. Se un artista riesce a fare questo è una cosa molto positiva».

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