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In un dizionario tutti i segreti dello "Spaghetti western"

di Francesco Prisco

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Il "Dizionario del western all'italiana" è un doveroso quanto appassionato omaggio ad una delle stagioni più proficue e significative del nostro cinema. L'arte della rappresentazione filmica nel Bel Paese non è mai più stata ricca come ai tempi in cui geniali artigiani di Cinecittà, con le identità mascherate da improbabili pseudonimi americani, migravano in Spagna seguiti da troupe organizzate alla meno peggio, ad inventarsi scorci di Texas e Arizona tra Madrid e l'Andalusia. A qualcuno di essi dalla critica sarebbe arrivato, postumo, persino il titolo onorifico di Autore.
A realizzare questo monumentale tributo al cosiddetto "Spaghetti western" (695 pagine di schede tecniche, recensioni e aneddoti) non poteva essere altri che Marco Giusti, critico anticonformista che per primo ha sdoganato generi di consumo della cinematografia italiana degli anni Sessanta, Settanta ed Ottanta come poliziottesco, peplum o commedia pecoreccia, inventando per essi l'azzeccatissima etichetta "Stracult". Un po' come se Giusti (che per l'edizione 2007 del Festival di Venezia ha curato proprio la rassegna sul western all'italiana) avesse idealmente inteso ricordare ai colleghi studiosi dei vari Fellini, Pasolini e Antonioni, attraverso la sua lunga attività di ricerca, che senza gli incassi record di "Milano calibro 9" o "Quel gran pezzo dell'Ubalda" l'industria cinematografica del Bel Paese non avrebbe mai potuto finanziare capolavori come "Amarcord", "Salò" e "Professione reporter". E a "fare cassa" pochi altri generi funzionavano come il western.
Dopo ben 75 pagine di introduzione storica nelle quali Giusti intreccia, all'insegna del suo inconfondibile stile, la ricostruzione storica della genesi del genere e curiosità autobiografiche di spettatore e cinefilo, il volume lascia spazio alle "voci" vere e proprie che alternano titoli memorabili a chicche delle quali si è persa ogni traccia. In principio, ovviamente, fu "Per un pugno di dollari" (1964), l'opera che secondo Giusti «fissò i canoni del genere», ma è utile sapere che prima del blockbuster di Sergio Leone in Europa – soprattutto in Germania – erano stati realizzati almeno 20 western. Al '63 risale "Duello nel Texas" dello spagnolo Ricardo Blasco prodotto dalla romana Jolly Films mentre lo stesso "Per un pugno di dollari" aveva praticamente un gemello nel "Massacro al Grande Canyon" (1964) di Stantley Corbett, al secolo il grande Sergio Corbucci. E' ai film di Leone che Giusti – per ovvi motivi – dedica maggiore spazio di trattazione: della "trilogia del dollaro" raccoglie ogni testimonianza nota: dalla complessa vicenda di plagio di "Per un pugno di dollari" nei confronti del "Yojimbo" (1960) di Akira Kurosawa all'influenza dei tortilla movies per "Giù la testa" (1971). Del più celebre tortilla movie italiano – "Vamos a matar, companeros" (1970) di Sergio Corbucci – ritroviamo persino il testo completo della canzone composta da Ennio Morricone. Tra le stravaganze memorabili si segnalano "Sansone e il tesoro degli Incas" (1968) di Pero Pienotti «il primo peplum che si trasforma in western durante la lavorazione» e "Il suo nome era Pot… ma lo chiamavano allegria!" (1971) di Diego Spataro «capolavoro di cinema frankenstein all'italiana».


6 settembre 2007

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