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Marco Bellocchio: dagli strali del Pci al figlio di Mussolini

di Boris Sollazzo

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4 agosto 2007

LOCARNO - Marco Bellocchio, nonostante i capelli bianchi e quattro decenni di cinema sulle spalle, col tempo sembra ringiovanire. Ha imparato a sorridere, il talento quasi rabbioso è diventato più dolce, anche se non meno penetrante. Lo incontriamo a Locarno, dove in occasione della 60ima edizione, si è deciso di celebrare i grandi maestri scoperti dal festival: il regista piacentino qui portò lo splendido I pugni in tasca, esordio straordinario e dirompente di cui qui in Svizzera intuirono subito la grandezza. Nella retrospettiva Retour a Locarno è in ottima compagnia: Claude Chabrol, Marco Tullio Giordana, Mike Leigh, Istvan Szabo, Paulo Rocha, Diego Lerman, Catherine Breillat. Con il candore di sempre è sorpreso del tributo, come del successo inalterato del film all'ultima proiezione, e si lascia andare a riflessioni su passato, presente e futuro.
Marco, I pugni in tasca la riporta a ricordi importanti
Mi ricordo l'impatto socio-politico del film, da allora mi resi conto del ruolo anche pubblico del regista. Di me e del film si dibatteva e si discuteva, cosa che non avrei mai immaginato potesse accadere. Ricordo come mi contrastarono i togliattiani e il Pci, legati a un cinema viscontiano e neorealista e come, invece, Paietta fu dalla mia parte. Al festival di Mosca negarono la visione de I pugni in tasca al pubblico perché, mi dissero, "patologico", contrario all'uomo sano, all'uomo nuovo sovietico. L'unico aiuto dall'Est provenne…per la colonna sonora di Nel nome del padre Presi una registrazione russa, perché allora i diritti per l'estero non si pagavano. Per quanto riguarda la critica cinematografica Rondi, coerentemente, mi attaccò duramente, ma mi sembra di ricordare che non ci fu grande attenzione. Ricordo Grazzini, però, che scrisse di me "Zanne di barbara forza". Un bel complimento, stupito come molte altre reazioni
Avrebbe senso ora un film come questo?
Mi stupisce che i ventenni, da Parigi a Firenze, ancora ora mi danno risposte di grande coinvolgimento emotivo, come se questo tema fosse rimasto della stessa attualità, ma non posso essere io a dirlo. Certo, sarei un pazzo suicida se lo rifacessi, la vita cambia: i miei pugni in tasca ora sono il sorriso di mia madre, L'ora di religione, che, se vogliamo, ne è l'evoluzione. In parte lo fu anche Salto nel vuoto. Ricordo lo stupore per l'astrattezza del film, che molto colpì Lino Miccichè: la violenza non era esibita, in un contesto anche improbabile come la mia Bobbio. Era la forza del contenuto che superava il sociologicamente sballato: un film all'americana, con indagini sul delitto, il commissario e il colpevole, forse non sarebbe stato altrettanto interessante.
Pensa che ora in Italia non ci sia la stessa forza e vivacità?
Dipende. Chi consideriamo giovani? Muccino, Sorrentino? Ma loro ormai viaggiano verso i quaranta, sono già dei "classici". Mi diceva Enrico Magrelli (critico e selezionatore della Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia), piuttosto, che sono arrivati in laguna ben 40 film italiani girati in casa, in digitale. E' qualcosa di incredibile: io stesso che feci un film prendendo 20 milioni di mutuo dalla banca- fu il migliore, forse l'unico affare della mia vita- non potevo evitare un certo apparato. Ora ci sono molte più possibilità, c'è maggiore libertà. Il nuovo è questo e contagia le varie generazioni: ora un film si può fare con videocamere e pc, nessuno ha più l'alibi di non avere i soldi o le possibilità, anche se l'industria cinematografica non è cambiato molto. Pensa anche a questo festival: c'è quasi più materiale in beta che in pellicola.
E i Centoautori cosa vogliono fare in questo senso?
Cercare una crescita del cinema, un ritorno della cultura tutta al centro del dibattito politico. Non parliamo solo di un modello francese, che a parlare con molti autori transalpini non sembra così perfetto. Parliamo di risolvere i molti problemi che abbiamo, ad esempio una migliore distribuzione delle ricchezze. C'è un partito del nord, non leghista, che lamenta che il cinema italiano sia romano-centrico. Marina Spada, milanese, per esempio, ha fatto un bellissimo, Come l'ombra, con soli 30.000 euro. Le idee non mancano, piuttosto le risorse e la loro gestione. Mentale e finanziaria.
Ora si cimenterà con la figura di Mussolini
Esatto, e sembra che troverò le risorse. Molti dicono che ci sono poche "star" che attirano il nostro cinema: Mussolini, Berlusconi, Garibaldi e pochi altri. Non è facile, a partire dalla ricerca di location ormai scomparse. E' la storia di Benito Albino, figlio di Benito Mussolini e Ida Dalser, presunta moglie ripudiata dopo l'arrivo al potere di lui. Una storia d'amore drammatica, terribile, che finirà con figlio e madre internati in manicomio. Sto cercando gli attori, dovranno avere una personalità fortissima, non sarà facile. Spero di cominciare nel 2008 e si chiamerà Vincere. Titolo ironico e irridente ma anche inno alla passione suicida di questa donna che ha lottato per la sua verità senza mai alcun compromessa. Una donna finita male senza mai essere sconfitta. Dopo questo grande progetto tornerò a un cinema più indipendente, piccolo. Penso a Bergman: grandi capolavori con pochissime risorse, è una lezione preziosa.

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