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Il mal d'Africa di Alberto Moravia

di Giovanna Canzi

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Un uomo di spalle con un cappello in testa contempla un mare colorato e fermo. Quell'uomo è Alberto Moravia, quel mare è l'Oceano africano. Lo sguardo, che ha intrappolato l'attimo, regalandolo alla storia è di Lorenzo Cappellini. 170 foto, in mostra fino al 16 settembre al Museo di Storia Contemporanea di Milano, raccontano molte cose: parlano di un grande scrittore innamorato del Continente Nero, di una profonda amicizia, nata tra due protagonisti della cultura italiana e di quel senso di infinito, che si prova di fronte al miracolo della natura.
Dacia Maraini e Alberto Moravia, Rinoceronte a Maralal, Elefante nell'Amboseli, Alberto Moravia con gli Elmolo (Fotografie Lorenzo Capellini)Fra le molte iniziative, promosse dal Comune meneghino per rendere onore al centenario della nascita del grande giornalista e scrittore, "La mia Africa con Alberto Moravia" è di certo fra le più emozionanti. I grandi scatti di Cappellini trascinano, infatti, lontano: fra fiere e tramonti infuocati, in una terra selvaggia e colma di magia, a contemplare il mistero dell'universo.
Incantati dagli stessi colori e rapiti dai medesimi profumi, Moravia e Cappellini, conosciutisi grazie al comune amico Goffredo Parise, furono entrambi esploratori del continente africano. Dal Kenya, all'Uganda fino alla Tanzania «furono viaggi bellissimi - ricorda il fotografo genovese nel bel catalogo (Minerva Edizioni) - condivisi con un compagno di viaggio, Moravia, straordinario, instancabile e con una curiosità mai finita». Travolto da un mondo dominato dal vento «il vero padrone di queste immensità, che cancella ogni traccia del passaggio umano», Moravia aveva affidato alle pagine scritte (raccolte poi nel volume "Lettere dal Sahara", Bompiani Tascabili) le sue impressioni più intime e i suoi ricordi più sorprendenti di una terra scoperta per lavoro - fra il 1975 e il 1981 firmò molti reportages per il Corriere della Sera - e subito amata con trasporto e intensità.
Oggi quei ricordi si materializzano negli scatti, che Cappellini ha deciso di mostrare al pubblico. «Uomo della contemplazione e uomo dell'azione» così lo ricorda Dacia Maraini, che si trovò a condividere alcune spedizioni, Moravia «non stava fermo un momento, non si stancava mai di viaggiare, di camminare, di progettare. Ma nello stesso tempo, amava fermarsi davanti ai paesaggi appena conquistati, amava perdersi nel tempo, dimenticandosi di tutto».
Le immagini sono un caleidoscopio di luci e colori: indugiano sul popolo degli Elmolo, dal magro corpo dipinto di rosso, che recavano nel corpo i segni di quella caccia ai coccodrilli, che infestavano il lago Turkana, sugli animali della foresta - dai fenicotteri rosa e rossi alle zebre (falsi cavalli per Moravia), sulle lande incontaminate e infinite, facendo respirare «quel senso di nobiltà», di cui parlava Karen Blixen.
E poi ancora il lago Rodolfo, i panorami della riserva del Masai Mara, l'incontro con lo scrittore Ngugi Wa Thiongo, la scoperta della tribù dei Pokot. Tutto è lucido e scintillante nella sua perfezione ottica, tutto restituisce quella «magra illusione di eternità», che dona per un istante un frammento di vita perduto.

Lorenzo Capellini "La mia Africa con Alberto Moravia"
Museo di Storia Contemporanea, MilanoFino al 16 settembre

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