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L'arte della trattativa per riavere i capolavori rubati

di Antonello Cherchi

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24 settembre 2007

Entro dicembre la Venere di Morgantina e altri 39 reperti archeologici lasceranno il Paul Getty Museum e ritorneranno in Italia, dove erano stati scavati illegalmente dai tombaroli e altrettanto illegalmente portati all'estero attraverso la fitta rete del commercio clandestino di opere d'arte.La complicata trattativa con il Getty è andata avanti per anni, supportata dal ministero dei Beni culturali. Ma non è finita.I beni di cui l'Italia rivendica il ritorno sono ancora 260, tra cui l'Atleta di Fano.
Anche il visitatissimo Metropolitan di New York espone reperti di tal genere (per alcuni di essi è già stato raggionto un accordo). E così il museo di Cleveland, quello di Princeton, di Saint Louis, mentre Boston ha già avviato la restituzione. Pure le raccolte di arte antica di Kyoto e Tokio presentano pezzi scavati dai tombaroli e così il Carlsberg Glyptotek di Copenhagen e il Museo delle antichità di Monaco di Baviera. E l'elenco non è esaustivo.
Con alcuni di tali musei è stata già avviata la trattativa per riportare le opere in Italia, con altri si stanno facendo le necessarie verifiche. «È un lavoro lungo e faticoso», spiega Maurizio Fiorilli, l'avvocato dello Stato che guida la commissione mini-steriale incaricata dei recuperi e che, in tale veste, ha seguito – e continua a farlo – l'accordo con il Getty. Non si pensi sia sufficiente battere i pugni sul tavolo facendosi forti del fatto che si è i legittimi proprietari di un patrimonio. Ad alzar la voce si corre, anzi, il rischio di produrre l'effetto contrario: lasciare le opere dove sono.
«Bisogna metterla sul piano etico – sottolinea Fiorilli –. Convincere i musei stranieri che i reperti fanno parte della storia di un Paese, mentre lo scavo clandestino e l'esportazione illecita li decontestualizza e li rende una cosa morta».
Battere altre strade può tradursi in un sonoro insuccesso. Il caso Getty insegna. Con gli Usa non esiste un mutuo riconoscimento della tutela dei beni culturali. Ciò che qui da noi è considerato un bene storico, protetto per legge, negli Stati Uniti è mercanzia comune e come tale può essere commercializzata. Si potrebbe far leva sulle risultanze processuali: molti dei reperti custoditi nei musei stranieri sono oggetto delle indagini della magistratura italiana e se si prova che sono stati portati fuori dall'Italia illegalmente, allora si può rivendicare la restituzione con maggior forza. Ma molti processi, ancora aperti, cadono sotto la mannaia della ex Cirielli, che ha ridotto i tempi di prescrizione anche per questo tipo di reati. I margini di manovra, insomma, sono risicati. A meno che non si insista sul fattore etico, magari rafforzato da una denuncia al giudice americano perché verifichi eventuali violazioni delle leggi federali. Le somme spese per l'acquisto di opere d'arte in America sono, infatti, detassate. Se si dovesse scoprire che il favore fiscale riguarda beni importati illegalmente, a quel punto il museo si troverebbe in una posizione quantomeno imbarazzante.
Il pungolo etico può trovare una sponda anche nella giurisprudenza americana. Nel 2003 i giudici statunitensi hanno pronunciato una sentenza di condanna contro Frederick Schultz,un commerciante d'arte statunitense, riconoscendolo colpevole di aver acquistato antichità egiziane pur sapendole rubate. E, nel caso del Getty, la curatrice Marion True si presume avesse tale consapevolezza, tant'è che è stata rinviata a giudizio dalla magistratura italiana. Era in combutta con Giacomo Medici, un trafficante a cui le autorità svizzere hanno sequestrato nel '95 nel porto franco di Ginevra un deposito di opere rubate. Medici è poi stato condannato in Italia a dieci anni di reclusione.
Il pool italiano che ha trattato con il Getty ha richiamato la sentenza Schultz, ricordando che la finalità del Governo nostrano è quella di stroncare il traffico clandestino di beni e di fare in modo che l'Italia possa valorizzare il proprio patrimonio, concetto da noi sancito per legge, ma non altrettanto negli Usa. E la valorizzazione mal si sposa con tutto quanto sta dietro il possesso da parte di musei stranieri di beni sospetti. Perché seppure i musei impediscono la dispersione dei reperti ( anche di quelli rubati) e li mettono a disposizione della collettività, questo avviene alimentando lo scavo clandestino,l'esportazione illegittima, la violazione delle norme doganali.
«Non si tratta di un motivo economico», hanno sottolineatogli esperti italiani ai funzionari del Getty. Per gli americani, invece, conta anche questo: ovvero 20 milioni di dollari perduti, sborsati a suo tempo per comprare le 40 opere restituite.

La biga di Monteleone nel nuovo allestimento del Metropolitan
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