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L'elogio di Pinocchio: un burattino e il suo autore

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Nel 2002 la Società ART'È di Bologna mi ha inviato a stendere un saggio introduttivo su Pinocchio e il suo autore, da pre -mettere alla sua eccezionale e sontuosa edi zione de Le avventure di Pinocchio. Così ancora una volta sono stato sollecitato a occuparmi di "problematica collodiana".In quel saggio sono confluiti i miei pensieri e le mie ricerche
Venticinquennali su questo argomento a partire dal 1977, anno in cui ho avuto l'ardire di uscire con un "commento teologico" a capolavoro di Carlo Lorenzini. Il commento si fregiava di un titolo inatteso e strano agli occhi dei più, che io invece ritenevo del tutto pertinente: Contro Maestro Ciliegia. Ripresentavo dunque e riproponevo, rimeditato e riconfermato, quanto nell'ultimo quarto di secolo ero andato acquisendo e chiarendomi.Quest'ultimo mio lavoro però aveva qualcosa in più rispetto al primo, qualcosa che però era già comparso nel saggio Pinocchio e la questione italiana del 1990: l'atten zione all'autore, alla sua vicenda politico-cultu rale, alla sua interiore evoluzione.
In Contro Maestro Ciliegia avevo proclamato che a me del pensiero dell'autore non importava: io guardavo a ciò che era oggettivamente contenuto nella struttura della fiaba; avevo avuto addirittura l'improntitudine giovanile di scrivere che «se il Collodi non aveva saputo guardare fino nelle profondità del suo racconto, questa anomalia, caso mai, rendeva anche più manifesta l'urgenza che qualcuno venisse ad aprire il significato del libro e risolvesse finalmente l'enigma della magìa che esso ha sùbito esercitato nel cuore degli uomini» (Intro du zione).
Adesso invece accettavo di occuparmi soprattutto del Collodi e di cercare organicamente in lui e nella sua vita le premesse (e auspicabilmente la spiegazione) di ciò che si poteva leggere nella sua opera.
La presentazione consueta
Ad ascoltare la maggior parte di quelli ai quali avveniva di parlare di Carlo Lorenzini – tra gli opinionisti, i divulgatori, gli addetti culturali dei mass-media, non però tra i veri studiosi – ci si faceva l'idea che egli fosse uno "spirito immobile",
sempre sulle stesse posizioni, senza una "storia interiore". Un esempio illustre ci è offerto dal parere di Giovanni Spadolini: il Collodi era "laico", "risorgimentale", "mazziniano", e non è mai stato nient'altro: si direbbe che secondo lui egli così sia nato, così sia vissuto nei sessantaquattro anni della sua esistenza, così sia morto la sera del 26 ottobre 1890.
In realtà le cose sono andate in maniera ben diversa….
La prima formazione di Carlo Lorenzini, durante la sua infanzia e la sua adolescenza, è tutta collocata nell'ambito di una precisa prospettiva cattolica, anzi specificamente ecclesiale: c'è prima di tutto da ricordare il decisivo influsso della madre, Angiolina Orzali, donna religiosissima dalla fede intemerata, alla quale egli rimase sempre legatissimo; poi la sua
permanenza per cinque anni (dal 1837 al 1842) nel Seminario di Colle Val d'Elsa; infine la frequentazione a Firenze dei corsi di retorica e filosofia" (pressapoco il nostro "liceo") dei Padri Scolopi.
Quando esce dalla tutela culturale dei preti e si impiega presso la Libreria Piatti, il suo spirito naturalmente aperto e vivace comincia a respirare l'aria che in quegli anni percorreva l'Italia: l'idea di un necessario rinnovamento, l'insofferenza per la dominazione straniera, l'aspirazione all'unità della Penisola:era il "vento risorgimetale", con seguenza dei fremiti illuministi suscitati anche nelle nostre terre da l'avventura napoleonica.
È possibile che in questo clima il Lorenzini abbia avvertito il fascino anche di quel "mazzinianesimo"(che poi gli è stato attribuito con qualche enfasi). Questa è la seconda tappa del "pellegrinaggio collodiano che trova la sua massima espressione nella partecipazione personale alla prima guerra di indipendenza, tra le file dei "volontari toscani".
Nel decennio tra il 1849 e il 1859 il suo mazzinianesimo, se pur c'è stato, s'illanguidisce e si spegne. Ma una volta che è compiuto il rinnovamento delle strutture olitiche e si è instaurato il regno unitario, Carlo Lorenzini entra in crisi.
Non rinnega niente del suo passato, non diventa un reazionario; ma i risultati del grande sommovimento, cui aveva fattivamente contribuito, non gli piacciono. È deluso della meschinità e della scarsa attenzione sociale del nuovo stato, senza che per questo presti ascolto ai miti più recenti del socialismo, per i quali non nasconde la sua antipatia. Resta in lui un amore rabbioso per l'uomo e un'infinita compassione per la sua miseria, ma non si affida a nessuna delle ricette che in quei decenni si esibivano come rimedi risolutivi ai guai dell'umanità. Tanto meno è persuaso dalle leggi del governo e dalle iniziative della classe dirigente. Come giornalista e opinionista politico, è inguaribilmente critico fino allo scetticismo. I suoi atteggia menti diventano spesso sdegnosi, la sua prosa è acida fino a essere corrosiva. È la quarta fase. Su questa strada non sarebbe andato lontano sulla via della fama letteraria o della rilevanza sociale e non ci avrebbe lasciato niente di memorabile Per fortuna a un certo momento dell'attività di Carlo Lorenzini si profila un altro cambiamento. Come pubblicista, animatore e collaboratore di vari giornali, egli si era rivolto alla classe di "quelli che contano". Improvvisamente il suo pessimismo lo persuade del l'inutilità di questo impegno, e lo decide a rivolgersi ad altri interlocutori: a non spendere più cioè le sue attitudini e la sua genialità per gli adulti – per i "personaggi" importanti sì sulla scena pubblica, ma ormai ideo logicamente sclerotizzati senza rimedio-bensì per i ragazzi che possiedono un'umanità ancora nativamente fresca e disponibile ad ascol tare la voce della ragionevolezza e della verità. I ragazzi, coi quali egli entra in dialogo, contrariamente ai loro padri, non sono ancora "schierati": non sono né reazionari né progressisti, né clericali né anticlericali, né mazziniani né sabaudi, né liberali né socialisti: sono solo "ragazzi". Egli, a differenza di quando scriveva per i "grandi" non ha più di fronte nessuna delle "appartenenze" che ormai l'avevano un po'tutte infastidito; adesso per ciò ogni sarcasmo sarebbe sprecato, ogni mordacità polemica non avrebbe più ragion d'essere. E la sua prosa può farsi liberamente vivace, estrosa, alle gra, rasserenante. Ha cominciato ad accettare la proposta degli editori Felice e Alessandro Paggi di tradurre la raccolta di fiabe di Charles Perrault, e così nel 1876 compaiono I racconti delle fate. Seguirà nel 1877 il Giannettino, ispirato al Giannetto del milanese Alessandro Luigi Parravicini, e nel 1878 il Minuzzolo; e poi tutta una serie di libri per ragazzi. È la quinta stagione della sua vita. E proprio in questo contesto nasce a puntate, partendo dal 1881 sul «Giornale per i bambini» di Ferdinando Martini, La storia di un burattino: l'ultima, la quindicesima, è del 27 ottobre; in essa è narrata la morte di Pinocchio, impiccato alla "Quercia Grande". E c'è, chiara e inequivocabile, la parola "Fine". Tutto ciò corrispondeva al suo primo progetto, ed egli non aveva altro da aggiungere. E invece non è finita, c'è ancora un'ul tima fase da registrare. Per la verità qui la "svolta" sta tutta nella vicissitudine del bizzoso protagonista immaginato; ma è difficile escludere che essa non presupponga qualche evolu zione anche nel mondo segreto del suo cantore. È quello che avviene nel passaggio dalla prima finale (quella de La storia di un burattino) alla successiva ripresa del racconto; un cambio che merita ogni attenzione. Non mancava di originalità la primitiva idea del Lorenzini di porre termine alle peripezie di Pinocchio con una morte per impiccagione; una morte descritta drammaticamente e addirittura con qualche evidente allusione all'agonia di Cristo in croce. Era una finale tragica e inquietante, e aveva anche una sua suggestiva poeticità: il burattino di legno toccava il vertice della sua "umanizzazione" nella condivisione con noi del mistero della morte. Finale poetica, e tuttavia assurda: assurda nell'economia della fiaba, perché assegnava una fine umana a una realtà legnosa e quindi subumana; più ancora, assurda e insopportabile nel messaggio proposto, perché indicava l'annientamento come il solo desolato traguardo dell'esistenza.
Messaggio assurdo e messaggio disperato. Se l'invocazione del morente rimane senza risposta – se il padre resta muto e latitante – la disperazione è l'unica sorte che ci è riservata. Sarebbe come se nella più rifinita parabola inventata da Gesù tutto si concludesse con la morte del "figlio prodigo", mentre sta contendendo ai porci le loro carrube. Quando riprende, il Collodi muta completamente la prospettiva e il senso stesso della narrazione: ne Le avventure di Pinocchio compare con la Fata turchina l'idea della redenzione e il "principio femminile della salvezza"; il protagonista raggiunge il suo riscatto, e in tal modo scampa alla sorte di Lucignolo che non si è ravveduto; e tutto si conclude con il "ritorno al padre". Così il fantastico libro diventa un'annuncio alla"verità che conta e che importa all'uomo: la verità sulla vita e sulla morte, sul signi ficato supremo del l'esistenza e sulla tremenda libertà di renderla insignificante e persa, sulla felicità e sul dolore, sulla possibilità di sfuggire alla disperazione e di vivere nella speranza, sulla nostra prima origine e sul nostro destino definitivo. A questo punto ci domandiamo: è mai possibile che si tratti unicamente di una "variazione letteraria"? Non è più plausibile supporre che in Carlo Lorenzini sia intervenuto qualcosa di più profondo e di più sostanziale? Che cosa è capitato tra il 27 ottobre 1881 e il 16 febbraio 1882, che ha provocato questo radicale mutamento? Non lo sappiamo concertezza; e sarebbe il caso che i "pinocchio logi" indagassero qui con maggiore solerzia e determinazione di quanto finora non abbiano fatto. Forse l'ipotesi più semplice è che in quei mesi il Collodi – magari con l'affettuosa e illuminante assistenza della sua mamma, che in quel tempo gli è sempre stata vicina – abbia riscoperto la visione e le certezze della sua prima età.
E il successo e la diffusione universale di Pinocchio forse trovano qui la loro "ragione sufficiente". In questa favola, fantasiosamente immaginata e scritta splendidamente, tutte le genti intuiscono che c'è qualcosa di eterno e di cosmicamente vero.


(Tratto da Memorie e digressioni di un italiano cardinale di Giacomo Biffi)

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