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Libri/ "L'aratro, la peste, il petrolio"

di Cristiano Dell'Oste

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25 ottobre 2007

Europa meridionale, 6.000 a.C.: gli uomini cominciano a tagliare e bruciare le foreste per fare spazio ai campi coltivati. Sudest asiatico, 3.000 a.C.: gli agricoltori allevano gli animali e irrigano i campi per coltivare il riso. Due svolte fondamentali nella storia dell'uomo segnano l'inizio dell'impatto umano sul clima, come spiega il climatologo William Ruddiman nel saggio "L'aratro, la peste, il petrolio" (Università Bocconi Editore). Tutto comincia da un dettaglio in apparenza insignificante: la concentrazione di metano nell'atmosfera, che negli ultimi 5.000 anni non è diminuita come sarebbe dovuto accadere sulla base dei cicli climatici naturali (che alternano con regolarità glaciazioni e periodi più caldi, a seconda della quantità di radiazione solare ricevuta dalla Terra). Secondo Ruddiman, questa anomalia – così come quella, analoga, dell'anidride carbonica – è causata dall'agricoltura. Disboscando, coltivando, irrigando e allevando, gli uomini hanno emesso nell'atmosfera gas serra. E questo ha innalzato la temperatura globale e alterato il ciclo naturale del clima: il riscaldamento negli ultimi 8.000 anni è stato di circa 0,7 gradi e ha ritardato una mini-glaciazione in Canada.
L'effetto dell'uomo sul clima trova una drammatica conferma nelle grandi epidemie della storia. La peste di Giustiniano nel VI secolo, la Morte Nera nel XIV secolo, la pandemia che ha falcidiato gli indios d'America dopo la conquista europea: tutte queste malattie, che hanno decimato la popolazione umana in grandi regioni, hanno avuto un riflesso nella quantità di gas serra presenti nell'atmosfera. Con le epidemie, insieme alla popolazione diminuivano le aree coltivate e le emissioni di anidride carbonica e metano.
In questo scenario, la rivoluzione industriale rappresenta una svolta quantitativa, ma non qualitativa. Tra il 1850 e il 2000 la popolazione mondiale è passata da uno a sei miliardi di persone. E nello stesso periodo si sono diffuse innovazioni tecnologiche in grado di sfruttare l'energia degli idrocarburi (carbone, petrolio, gas naturale). La conseguenza è che negli ultimi 200 anni le concentrazioni di anidride carbonica sono salite oltre il livello preindustriale, mentre la temperatura media è aumentata di 0,6-0,7 gradi.
Gli effetti della rivoluzione industriale, però, non si sono ancora fatti sentire del tutto, perché il sistema climatico impiega decenni per adattarsi a una rapida immissione di gas serra. La temperatura sarebbe destinata a salire anche se – come per incanto – le emissioni si fermassero oggi. L'entità del riscaldamento futuro, poi, è legata a due incognite: quanti gas serra immetterà l'uomo nell'atmosfera negli anni a venire e quanto il sistema climatico sarà sensibile a questi incrementi. Se l'esaurimento del petrolio e del gas naturale sarà affrontato con un ritorno al carbon fossile, la quantità di anidride carbonica nei prossimi secoli aumenterà da due a quattro volte rispetto ai livelli attuali.
La tesi di Ruddiman è stata presentata per la prima volta nel 2003. Finora ha resistito a tutte le critiche, ma è ancora al vaglio della comunità scientifica. Una prudenza giustificata dalla sua portata rivoluzionaria: da decenni i climatologi sanno che la Terra si sta riscaldando, ma nessuno finora aveva ipotizzato che l'influenza dell'uomo sul clima fosse iniziata prima dell'era del petrolio.
Nel testo, supportato da una mole notevole di dati e grafici, l'autore sfrutta la sua lunga esperienza di docente universitario e autore di manuali accademici, offrendo una lettura adatta anche ai non addetti ai lavori. Se un insegnamento si può trarre dal saggio di Ruddiman – ma l'autore ha l'onestà intellettuale di relegare in appendice le proprie opinioni – questo è il seguente. Da un lato, le antichissime origini dell'inquinamento smontano il mito di un'età dell'oro in cui l'uomo viveva in armonia con la natura. Dall'altro lato, invitano a riflettere sulla velocità con cui l'uomo sta consumando i doni della Terra: risorse non riproducibili saranno esaurite nell'arco di qualche secolo, con conseguenze difficilmente prevedibili sull'evoluzione del clima e dell'economia globale.

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