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Il più grande coreografo del Novecento che si arricchiva di spiritualità con il suo lavoro

di Giuseppe Distefano

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22 novembre 2007

Il tema della morte ha dominato tanti suoi spettacoli. Ma lui non si stancava di ripeterlo: «Continuo a vivere, ho vissuto nella fortuna di amicizie straordinarie, e nella ricchezza spirituale che mi dà il mio lavoro». Con Maurice Bejart se n'è andato all'età di ottant'anni, uno dei più grandi e indiscussi coreografi del Novecento, artista onnivoro e coltissimo, di poetica eclettica e mastodontica, che ha mutato profondamente la fisionomia della danza. Contaminandola con le altre arti in nome di un personalissimo "teatro totale" - «…mi piace attingere a qualsiasi forma d'arte», amava ripetere - ha aperto l'arte di Tersicore alle masse. Sosteneva che la danza non può essere elitaria: «E' un linguaggio universale, un mezzo di unione universale, di comunicazione sociale, politica, religiosa». Oltre trecento balletti creati, portati anche fuori dal palcoscenico: negli stadi, nei palasport, nelle piazze (memorabile la sua IX Sinfonia in piazza San Marco a Venezia).


Identificandosi sempre con i soggetti delle sue creazioni spesso ispirati a poeti e letterati, a personaggi del passato e dell'oggi, a filosofie ed epopee, si può dire che nessun mito e spunto culturale è sfuggito alle sue rivisitazioni contemporanee. Da Petrarca a Nietzsche, da Molière a Fellini, da Shakespeare a Beckett, a Chaplin; da Buddha a Mishima, da Goethe a Freddy Mercury, fino a Madre Teresa di Calcutta – e il catalogo potrebbe continuare all'infinito. Artista iper-prolifico, personalità mistica e appassionata dallo sguardo luciferino su un volto segnato dal furore creativo che ne evidenziava una mappa di vita, Béjart ha all'attivo anche regie teatrali, film, saggi, scritti autobiografici, romanzi, che ne hanno stagliato sempre più una fisionomia dalla forte personalità umana e artistica. Il suo stile di danza, sempre eterogeneo, è noto perché contamina con estrema libertà la base classica di elementi folklorici, di tecniche di danza orientali, di moduli tratti dalla modern dance. Una commistione linguistica intrisa sempre di un senso magistrale del teatro come pochi altri creatori hanno saputo infondere nelle loro opere.


«La mia ricchezza è sempre stata il lavoro» ha dichiarato durante i festeggiamenti che la Scala di Milano gli tributò nel 2004 per le sue nozze d'oro con la danza. E di lavorare, creando, non ha mai smesso. Nato a Marsiglia nel 1927, figlio del filosofo autodidatta Gaston Berger, Béjart (il cui vero nome è Maurice Jean Berger) inizia come ballerino debuttando a Vichy a diciott'anni. Non dotato particolarmente comprende presto che la coreografia sarebbe stata il suo vero interesse. Si rivela nel 1955, con la sua prima compagnia il Ballet-Theatre de Paris nella coreografia "Symphonie pour un homme seul", su musica di Pierre Shaeffer e di Pierre Henry. Seguirono "Sonate à trois" ispirato a "Huis clos" di Sartre, "Prométhée", "Haut voltage". Ma la grande notorietà arriva nel '59 a Bruxelles con una sua personalissima versione de "Le sacre du printemps" di Stravinskij, partitura che spoglia di qualsiasi reminescenza russo-folklorica facendola diventare un manifesto dell'amore e della fratellanza universale. Il grande successo di quell'allestimento gli aprì le porte della direzione di una nuova compagnia a Bruxelles, presso il Théatre La Monnaie.


Qui diede vita al glorioso Ballett du XXème siecle che gli diede fama mondiale, compagnia circondata da un alone quasi leggendario che diresse per vent'anni, e per la quale creò titoli mitici come il "Bolèro" con l'interprete prediletto Jorge Donn (e poi nella versione femminile per la nostra Luciana Savignano), "Messa per il tempo presente", "L'uccello di fuoco", "Romeo e Giulietta" versione hippie, "Souvenir de Leningrado", e molti titoli ancora fra cui, tra gli ultimi, "Le Martyre de Saint Sebastien" di D'Annunzio e Debussy col ballerino Eric Vu-An. Poi lo scioglimento e una nuova avventura nel 1987 in Svizzera con l'attuale Bejart Ballet Lausanne. Impossibile ricordare i numerosi balletti che lo hanno reso famoso anche con questa compagnia che, nel '92 aveva ridimensionato come numero di ballerini, portandoli a trenta, «per ritrovare l'essenza dell'interprete». Fra questi "King Lear-Prospero", "Il Mandarino meraviglioso", "L'art du pas de deux", "Dibouk", "Ciao Federico", "Ring um den Ring", "Enfant-Roi" allestito nella splendida reggia di Versailles, "Kabuki", "Piramide", "Mutationx" (balletto che dedicò allo stilista suo amico Gianni Versace), "Zarathoustra". Stava lavorando al suo prossimo balletto "Il giro del mondo in ottanta giorni" previsto in dicembre. E forse lo vedremo ancora aleggiare sulla scena tra i suoi ballerini, intramontabile come la sua anima, perché, dichiarò tempo fa, «Ogni creazione è amore e resurrezione».

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