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Ferrara. La "Terra" di Joan Mirò: omaggio alla Catalogna

di Francesco Prisco

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15 febbraio 2008

Quanto può pesare l'attaccamento alla terra natia per un surrealista, per un artista che cioè ha deliberatamente elevato la sfera del sogno a fonte della propria produzione iconografica? Se l'autore in questione è originario della Catalogna, quella porzione d'Europa che da secoli esalta il proprio tormentato particolarismo culturale, la risposta è facile da immaginare: immensamente. Sta tutta qui la forza della mostra "Mirò: la terra" che dal 17 febbraio al 25 maggio troverà spazio a Palazzo dei Diamanti a Ferrara.
Si tratta di una esposizione antologica molto dettagliata, organizzata da Ferrara Arte in collaborazione con il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, che rilegge gli esiti più alti della carriera del Maestro di Barcellona, dalla data della sua prima personale, nel 1918, alle opere degli anni Ottanta, portando per la prima volta in Italia molti tra i suoi massimi capolavori. All'insegna di questo particolarissimo approccio critico, voluto dal curatore Tomàs Llorens, persino un artista come Joan Mirò - che negli ultimi venticinque anni ha stimolato un ricchissimo dibattito internazionale e ha offerto materia ad innumerevoli saggi - appare nuovo, addirittura inedito. Tutta l'arte di Miró è segnata infatti da un profondo attaccamento per la nativa Catalogna, per la sua gente e le sue tradizioni. Nell'esposizione il tema viene indagato nelle sue più ampie accezioni e simbologie, con opere ispirate al mondo rurale e al culto delle origini, ai temi della sessualità e della fertilità, a quelli legati alla metamorfosi, all'Aldilà e all'eterno susseguirsi di vita e morte. Sul piano formale, l'interesse di Miró nei confronti della terra si manifesta in un'esaltazione della materia e dei materiali che compongono l'opera d'arte, scelta che lo porta a raggiungere soluzioni formali originali e straordinarie, premessa fondamentale di importanti correnti del Novecento, come l'Informale americano ed europeo. La mostra esplora l'affascinante intrecciarsi di questi motivi nell'opera dell'artista catalano e ne offre una innovativa chiave di lettura. Aprono il percorso della rassegna i lavori ispirati all'ambiente rurale della località catalana di Mont-Roig, tra le quali "La contadina" del biennio ‘22-‘23, eccezionalmente concesso in prestito dal Centre Pompidou di Parigi. La tela è dominata dalla ieratica e imponente figura femminile, signora del ciclo della vita e del rito quotidiano del lavoro rurale, che partecipa in maniera originale del ritorno al classicismo degli anni Venti. La seconda sezione testimonia il contatto con l'avanguardia avvenuto a Parigi e la nascita di un nuovo tipo di paesaggio, rarefatto e metaforico, nel quale il mondo rurale di Mont-Roig è comunque evocato da lievissimi segni su fondi monocromi, che richiamano la sostanza instabile e trasparente dei sogni. Tale processo di progressiva astrazione e trasfigurazione del dato naturale inizia con "Terra arata" del Guggenheim Museum, si accentua nel "Paesaggio catalano (Il cacciatore)" del Museum of Modern Art, due opere capitali del biennio ‘23-‘24, entrambe provenienti da New York, che questa mostra offre la rara opportunità di vedere affiancate. In questo stesso periodo Mirò si concentra su una serie di dipinti che hanno come soggetto il contadino catalano. In mostra ne sono esposte due versioni: quella bellissima del Museo Thyssen-Bornemisza Madrid, con la figura sospesa su uno sfondo blu di Prussia come un'apparizione notturna, e quella altrettanto bella della National Gallery di Washington, solare e diurna, disegnata su un fondo giallo chiaro che satura ogni centimetro della composizione. Il culmine e il superamento di questa fase (segnata dall'adesione al Surrealismo) è rappresentato da dipinti dell'estate del 1927, quali "Paesaggio (La lepre)" del Guggenheim e "Paesaggio con coniglio e fiore" della National Gallery of Australia di Canberra. In queste tele di grande formato Miró rievoca una Catalogna primordiale, dando vita ad un personale mito della genesi. Raggiunto il successo, a partire dal 1928 Miró conduce una profonda riflessione sulle componenti dell'opera d'arte, il cui esito sono i collage e gli assemblaggi dei primi anni Trenta, come ad esempio l'Oggetto del MoMA, costruzione del 1931, che rappresenta la prima incursione dell'artista del campo della scultura. L'attrazione per l'elemento "terrestre" risveglia un nuovo interesse per i materiali – scelti ed associati con assoluta libertà e con raffinata ironia – che, da ora in avanti, divengono componenti fondamentali del linguaggio dell'artista. Nei dipinti della seconda metà degli anni Trenta, presentati nella sezione Figure plutoniche, Miró utilizza supporti inusuali e una tavolozza dai colori violenti e vivaci, dando vita a paesaggi che sembrano appartenere ad un altro mondo, popolati da creature misteriose. In particolare, in una importante serie di dipinti su masonite eseguiti a Mont-roig nell'estate del 1936, di cui in mostra sono per la prima volta riuniti cinque esemplari, l'artista introduce materiali come caseina, pece, sabbia e ghiaia raggiungendo un grado di espressività che precorre l'Informale. Nel 1940 il Maestro lascia la Francia e fa ritorno in Spagna. Nella sua terra trova ispirazione per un'ulteriore evoluzione: sperimenta la ceramica e torna a cimentarsi, con rinnovata audacia, nell'impiego di nuovi materiali, adottando soluzioni che rivelano un diretto rapporto con i recenti sviluppi dell'arte americana ed europea. Attestano la vitalità di un artista ormai maturo e coronato dal successo internazionale opere realizzate di getto, con macchie di colore gocciolante e con inserti in corda, come la "Composizione con corde" (1950) del Van Abbemuseum di Eindhoven, o assemblaggi che integrano materiali inconsueti, come accade nel caso della "Donna" (1946), capolavoro della Fundació Joan Miró di Barcellona, composta da un osso, una macina in pietra e un filo d'acciaio. L'ultima sezione del percorso espositivo è dedicata ai lavori realizzati, a partire dal 1956, nel nuovo atelier di Palma di Maiorca, nei quali ricorre il formato monumentale e la scelta di temi legati alla femminilità e alla sessualità nel loro carattere primordiale. La mostra si chiude con un capolavoro della tarda maturità esposto in rarissime occasioni, "Figure e uccelli nella notte" (1974) del Centre Pompidou, un immenso murale su tela dipinto con una pennellata gestuale, capace di evocare la palpitazione oscura della notte e la potenza misteriosa dei principi vitali della natura nella loro incessante trasformazione.
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