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Così una democrazia elesse un dittatore

di Nino Gorio

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21 marzo 2008

La repubblica era morta: un ometto, uno straniero semianalfabeta, seguito da un terzo del Paese, ne era stato il becchino numero uno. L'epitaffio, firmato da Eugene Davidson, storico californiano del nazismo, si riferisce a una data precisa: 23 marzo 1933, esattamente tre quarti di secolo fa. La repubblica in oggetto è quella tedesca, il "becchino" è ovviamente Adolf Hitler, che in quel giorno di primavera assunse i pieni poteri, inaugurando la dittatura che doveva portare alla seconda guerra mondiale e allo sterminio di milioni di ebrei.

A ripensarci oggi vengono i brividi, ma i giornali tedeschi salutarono l'evento con applausi praticamente univoci: anche perché la libertà di stampa era già sospesa e quindi l'entusiasmo era forzato. Meno univoco, ma di poco, fu il Parlamento, dove solo la Spd (socialista) votò contro: i comunisti della Kpd erano assenti dall'aula e tutti gli altri deputati sottoscrissero il decreto che consegnava senza condizioni il Paese a Hitler e al suo partito, la Nsdap. La Germania nazista nacque così, con un parto quasi indolore e con molte levatrici.

Va detto che la scadenza del "compleanno" non è accettata da tutti, perché in realtà nei primi mesi del 1933 la Nsdap prese il potere a tappe. Così c'è chi fissa la svolta il 30 gennaio, quando l'"ometto straniero" (Hitler era nato a Braunau, Austria) fu nominato cancelliere. Chi il 28 febbraio, quando fu varato il "Decreto per la difesa del popolo e dello Stato", prima legge liberticida del nuovo premier. Chi il 5 marzo, quando le elezioni politiche assegnarono a nazisti e loro alleati 340 seggi parlamentari su 647, confermando Hitler al governo.

Ma la data-chiave fu proprio il 23 marzo. Prima di allora, infatti, i nazisti erano entrati nella stanza dei bottoni passando bene o male sui binari previsti dalla Costituzione democratica della Repubblica di Weimar, in vigore dal 1919. Hitler non era ancora "führer" (titolo creato ad personam solo nel 1934) ma "reichskanzler", come i capi dei governi precedenti. "Persino i pieni poteri erano previsti, come norma di emergenza, dalla Costituzione" sottolinea il politologo Giorgio Galli, traduttore italiano del "Mein Kampf", il "vangelo" di Hitler.

Dopo il 23 marzo, invece, tutto cambiò. Infatti, Costituzione alla mano, i pieni poteri potevano durare quattro anni al massimo, mentre Hitler li prese come un incarico senza scadenza, che poi si tenne fino alla morte, nel 1945. E da subito usò l'investitura ricevuta dal Parlamento per far piazza pulita della repubblica parlamentare che avrebbe dovuto guidare. Fin dalle prime settimane del nuovo corso, ne fecero le spese tutti i bersagli designati: partiti, sindacati, autonomie locali, attività economiche ebraiche, burocrati fuori linea.

Questo processo di nazificazione si dipanò con una rapidità impressionante. A fine marzo una fabbrica a 20 km da Monaco fu riciclata nel primo campo di concentramento della Germania hitleriana (Dachau). Il 7 aprile un diktat-purga allontanò dall'apparato statale funzionari ebrei o politicamente sospetti. Il 2 maggio finirono fuorilegge tutti i sindacati tranne il Daf (nazista). Il 22 giugno toccò lo stessa sorte alla Spd, i cui beni furono confiscati; poi tutti gli altri partiti furono costretti a sciogliersi, facendo confluire i loro deputati nella Nsdap.

Insomma: in tre mesi la Germania fu rivoltata come un calzino. E l'operazione si completò entro altri sette con l'abolizione dei Länder, i governi regionali in cui articolava la struttura federale della repubblica. Ancor più stupefacente della rapidità d'azione dei nazisti fu però il consenso (quanto meno passivo) che la facilitò: se a marzo la Nsdap aveva raccolto il 43,9% dei voti, un referendum sulla politica di Hitler, indetto a mo' di test in novembre, registrò il 92,2% di sì. Risultato truccato? Forse, ma è difficile pensare a 9 voti falsi su 10.

La verità era probabilmente un'altra. L'asso nella manica dei nazisti era Joseph Goebbels, un giornalista renano, fanatico ma colto (tanto da essere soprannominato "Herr Doktor"), che già da marzo era diventato ministro per l'"Informazione, propaganda ed educazione popolare". Spregiudicato e intelligente, Herr Doktor aveva inventato tecniche inedite di comunicazione, basate sulla ripetizione ossessiva di notizie false o di slogan a effetto, che alla lunga venivano "digeriti" e fatti propri da chi li ascoltava come se fossero oro colato.

Oggi quelle tecniche non stupiscono più: dopo la guerra furono fatte proprie sia dalla propaganda politica sovietica che da quella americana e tuttora sono alla base di gran parte della pubblicità commerciale. Senza forzare più di tanto, si può dire che Goebbels fu l'inventore dei moderni spot televisivi, anche se all'epoca il ruolo della tv l'aveva la radio. E, sentendosi dire da mattina a sera via etere che la Germania aveva "un avvenire radioso" e che all'origine di tutti i problemi c'erano gli ebrei, i tedeschi finirono per crederci.

  CONTINUA ...»

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