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In cosa crede chi (non) crede?

di Nicla Vassallo

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20 aprile 2008

Jasper Griffin (Snob, Adelphi, pagine 162-3) riporta da Saki (H.H. Munro) un brano esilarante. Una dama, dopo la morte, riesce a farsi presentare al Buon Dio, a cui si rivolge in un francese scandito e molto formale: «Sono la Principessa Lo-ri-koff. È un gran piacere fare la Vostra conoscenza. Abbiamo parlato molto di Voi nella chiesa di Rue Million». Non viviamo purtroppo nello Stato francese, sinceramente laico, e parliamo molto più di Dio (o di dio), mostrando verso di lui (ma perché non verso di lei?) una condiscendenza, o una durezza spesso fuori luogo. Difatti, accade con una frequenza sempre maggiore che personaggi pubblici di ogni sorta (o con l'aspirazione a divenir tali) asseriscano apertamente di essere laici, e che di questa loro laicità vengano poi accusati dai cattolici. Gli uni e gli altri non devono sapere che "laico" si riferisce a chi non appartiene al clero, a chi non ha ricevuto gli ordini sacerdotali, oppure impiegano "laico" in un significato più lasco per indicare chi è avulso dai principi e dalla pratica di una fede, facendo così confusione tra chi è ateo e chi è agnostico. D'altro canto, con la stessa frequenza, altri personaggi pubblici di ogni sorta (o con l'aspirazione a divenir tali) asseriscono altrettanto apertamente di essere da sempre cattolici, o di aver ritrovato la fede perduta, o di essersi convertiti più o meno recentemente. Questo fenomeno, che un banale calcolo statistico dà senz'altro in crescita esponenziale, in Italia e non solo, viene alimentato dai tanti volumi atei e a volte cattolici (volumi spesso provocatori e retorici; di rado ben argomentati: altrimenti avrebbero poche chance di trasformarsi in best-seller) che autori con background culturali dei più variegati (spesso digiuni di filosofia della religione e di teologia; attenzione però a non scambiare l'una per l'altra) consegnano agli editori e che gli editori stampano senza alcun ritegno.
«Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere»: dovremmo attenerci a questo principio. Anche se non troviamo convincente il Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, il principio non perde il proprio valore. Lo si capisce sposando la nozione di significato come giustificazione, sostenuta a vario titolo e in misure diverse dal secondo Wittgenstein, da Wilfrid Sellars, da Michael Dummett e da Robert Brandom: il significato di un'asserzione è dato dalla sua giustificazione, o, in parole più semplici, un'affermazione ha significato se siamo in grado di giustificarla, il che equivale a disporre di buone ragioni per credere che essa è vera. Quando affermiamo «sono ateo», stiamo in effetti affermando «Dio (o dio) non esiste» e per la nozione di significato come giustificazione stiamo dicendo qualcosa che ha significato solo nel caso in cui disponiamo di buone ragioni per credere che sia vero che Dio (o dio) non esiste. D'altro canto, se affermiamo «sono cattolico», stiamo in effetti affermando «Dio esiste» e per la nozione di significato come giustificazione stiamo dicendo qualcosa che ha significato solo nel caso in cui disponiamo di buone ragioni per credere che sia vero che Dio esiste.
Personalmente non dispongo né delle prime ragioni, né delle seconde, e, sempre che ci siano, queste ragioni sono conseguibili grazie a competenze in filosofia della religione e in teologia, che la maggior parte di noi non possiede e che un intellettuale coscienzioso, così come un personaggio pubblico responsabile, non dovrebbe fingere di possedere. Ne segue che non possiamo dichiararci pubblicamente né atei, né cattolici: dobbiamo wittgensteinianamente tacere. Se l'agnosticismo equivale alla sospensione del proprio giudizio, ci è invece concesso di dichiararci agnostici, proprio perché non disponiamo di buone ragioni per credere né che sia vero che Dio (o dio) non esiste, né che sia vero che Dio esiste.
Otteniamo la medesima conclusione grazie una delle massime conversazionali griceane: «Tenta di dare un contributo che sia vero», cioè non affermare ciò che credi falso e ciò per cui non disponi di buone ragioni. Altrimenti il tuo contributo alla conversazione non ha valore conoscitivo: magari vuoi fare dell'ironia e allora ridiamo tutti assieme, oppure intendi ingannarmi per esercitare un certo controllo sulla mia libertà di pensiero, oppure sei epistemicamente irresponsabile, se non addirittura uno stupido. Chi fa un'asserzione deve essere in grado di giustificarla, il che comporta la capacità di rispondere, se non alla domanda «come fai a saperlo?», a quella senz'altro meno ambiziosa «perché lo credi vero?». Se non si è in grado di giustificare la propria asserzione e alla domanda «perché lo credi vero?» si risponde in sostanza «non sono fatti tuoi», non ci si assume la responsabilità epistemica di fronte alle proprie asserzioni, o si è talmente stupidi da pensare che si possa asserire ciò che ci pare, anche cose come «la luna è fatta di formaggio», senza dover rendere conto a nessuno, se stessi inclusi. In ogni caso, è palese che non sa fare asserzioni chi non è in grado di giustificare le proprie asserzioni; di conseguenza, non gli si dovrebbe prestare alcuna attenzione. Abbiamo forse una qualche buona ragione epistemica di credere ad affermazioni fatte da chi non ci offre alcuna giustificazione per esse?
Sebbene valga per ogni affermazione, quanto vado sostenendo è particolarmente rilevante nel caso delle affermazioni che riguardano la propria posizione rispetto all'esistenza di Dio (o dio), perché di queste affermazioni si sta facendo un uso smodato, anche per giungere a conclusioni assai opinabili come (per esempio) le seguenti: bisogna essere atei per contrastare l'invadenza della Chiesa (o chiesa) nella vita politica ed essere cattolici per agevolare l'influenza della Chiesa in essa; bisogna essere atei per credere nell'evoluzione ed essere cattolici per credere nell'intelligent design, bisogna essere atei per evitare di appellarsi alle radici cristiane dell'Europa ed essere cattolici per ricordare quelle radici, bisogna essere atei per schierarsi contro ogni principio etico e cattolici per schierarsi a favore dell'etica. Saremmo intellettualmente più onesti se consegnassimo queste questioni nelle mani di esperti: le questioni dei rapporti tra Stato e Chiesa (o chiesa) ai filosofi politici e agli specialistici di scienze politiche, le questioni che riguardano l'evoluzione ai biologi e ai filosofi della scienza, le questioni che riguardano l'intelligent design agli epistemologi, ai metafisici, ai teologi, le questioni che riguardano le radici cristiane dell'Europa agli storici. Penso a esperti veri e propri, non a "intellettuali" da strapazzo che non sono affatto esperti, pur spacciandosi come tali, che vantano una lunga serie di infarinature del più e del meno, che magari militano (ingiustificatamente e opportunisticamente) tra gli atei o tra i cattolici.
  CONTINUA ...»

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