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Gentile Prof.ssa Vassallo,
le scrivo a proposito del suo articolo "In cosa crede chi (non) crede" apparso il 20 aprile 2008 sul supplemento domenicale de "Il Sole 24 Ore".
Anche se condivido l'assunto generale dell'articolo, in paricolare nel discorso sull'etica, mi resta un dubbio ovvero se invece di affermare "Dio esiste" o "Dio non esiste", non abbia maggior significato interrogarsi sulla plausibilità e necessità di Dio?
Se l'agnostico sospende il giudizio come si deve definire chi ritiene dio implausibile e non necessario all'esistenza del mondo o delle leggi di natura?
E' davvero dogmatico in questo caso definirsi atei? O sarebbe meglio parlare di ateismo critico? O forse naturalismo?
Fabio Milito Pagliara

Alcune considerazioni in merito all'articolo "In cosa crede chi (non) crede"
della professoressa Vassallo apparso nel Domenicale del 20 aprile.
Possiamo affermare con certezza assoluta che domani sorgerà il sole, che al lampo segue il tuono o che il fuoco brucia? Se non ricordo male David Hume ha spiegato che persino credere nel principio di causalità è un atto di fede che affonda le sue radici nell'abitudine e infatti la risposta alle domande iniziali è no. Ora mi chiedo: la fede nella causalità è equivalente alla fede nel Dio, poniamo, dei cattolici?
A me pare che esistano atti di fede ragionevoli, perché suffragati dall'esperienza e pronti a decadere alla prova dei fatti, e atti di fede arbitrari, ovvero sostenuti solo dalla testimonianza di qualcuno [anche sulle testimonianze miracolose Hume ha detto qualcosa di definitivo e cioè che è ragionevole credervi solo quando la falsità della testimonianza stessa risulta ancora più improbabile del miracolo che racconta (ovvero mai)]. "Dio esiste" mi pare rientri nella seconda categoria, mentre "Dio non esiste" nella prima,
infatti: se un tizio mi dicesse che esiste una caffettiera gigante ma invisibile che ruota attorno alla terra e trasmette i suoi influssi energetici a chiunque beva caffè e io gli rispondessi "mi spiace amico, non ci credo" i due atti di fede, chiedo, sarebbero equivalenti? Sbaglierò ma non credo che lo studio approfondito della teologia o della filosofia della religione possa eludere questa distinzione cruciale, così come non penso che quello studio possa produrre conoscenza riguardo a "ciò di cui non si può parlare", altrimenti saremmo tutti credenti così come crediamo (perché lo studio ce l'ha
dimostrato) alla validità del teorema di Pitagora nella geometria euclidea.
Pietro Casadei

Mi riferisco all'intervento di Nicla Vassallo, sul domenicale di ieri 20,04, dal titolo:" In cosa crede chi(non)crede".
Lo scritto, dalla faticosa sintassi, mi ha ricordato la posizione di certi politologi definiti "cerchiobottisti": nè di qua nè di là, anche se, alla fine, si intuisce da che parte stanno. La filosofa finge di non saprere che l'ateismo, comunemente inteso, concerne la posizione di chi rifiuta la concezione del dio tramandata dalle religioni del libro, il dio "che ha parlato per bocca dei profeti" per intenderci. Altra cosa è il dio eisteniano o spinoziano, che potremmo tranquillamente tradurre con altri termini, come ad esempio energia, sui cui tutti, anche chi ha posizioni radicali alla Dawkins, si dichiarano possibilisti. Ignorare questa distinzione è capzioso e fourviante. La verità è che parole come ateo e nichilista ( a differenza di altre equipollenti, ma meno impegnative, come agnostico e relativista) fanno ancora paura. A mio avviso perchè pesa su tutti noi, educati in certo modo, il "da mihi animas et coetera tolle". Probabilmete anche anche nel caso della signora Vassallo. Alla quale consiglio di (ri)leggersi l'aureo e attualissimo saggio "Dialoghi sulla religione naturale" di Hume.
Giorgio Zara, Treviso

Gentile prof. Nicla Vassallo,
posso definire sciocca e superata l'affermazione di Wittgenstein (uno dei filosofi credo più soppravalutati della storia del pensiero) riguardo il tacere su ciò di cui non si può parlare? Sciocca in quanto se ci si fosse letteralmente attenuti a tale enunciato semplicemente la filosofia non sarebbe mai nata; superata in quanto quel verificazionismo prima maniera è andato incontro ad autoconfutazione. Lo sgomberare il campo da W. tuttavia non ci esime dal portare ragioni, e quindi dal giustificare, le nostre affermazioni, e qui sono perfettamente d'accordo con lei. Il punto è che riguardo l'esistenza o la non esistenza di Dio le affermazioni sono di due tipi: quelle dettate dalle fede, e qui per definizione non ci sono "ragioni" da portare, e quelle organiche ad una metafisica razionale dove invece il discorso non solo è strutturato per giustificazioni razionali ma si deve strutturare per ragioni. E' chiaro che le ragioni vanno chieste a chi fa il secondo tipo di discorso e non a chi ha solo fede. Ora, concentrandoci sul secondo tipo di affermazioni, mi sembra un po troppo sbrigativo quanto lei sostiene riguardo la non esistenza di ragioni per l'esistenza di Dio. Per esempio quel filone della metafisica classica aperto da Marino Gentile e che ha poi trovato in Enrico Berti uno dei più validi e intelligenti difensori, di ragioni, di ragioni ben argomentate, insomma di vere e proprie giustificazioni razionali, ne ha da vendere (su tutto, veda Introduzione alla metafisica di E. Berti, Utet). Il fatto è che in Italia, soprattutto in tema di filosofia, si è facilmente suggestionabili dalla filosofia che viene d'oltrealpe o d'oltreoceano, cioè noi italiani riusciamo a far diventare giganti i nani esteri e a ridurre a nani i giganti italiani. Fa più effetto un'affermazione, tra l'altro priva di argomenti, di Quine riguardo la non esistenza di Dio, che le argomentazioni puntuali dell'intera opera dei nostri Gentile e Berti. Invece di discutere sugli argomenti portati, si afferma che non ci sono argomenti forse per il solo fatto che tutto un filone di filosofia, relativamente giovane e piuttosto sterile di risultati che vide tra i precursori proprio il grande (sic!) W., ha sentenziato, appunto, che era meglio tacere non tanto, a mio parere, su ciò di cui non si può parlare bensì su ciò di cui è difficile parlare. E si sa che quando i discorsi si fanno difficili diventano scomodi. Lei non crede?
  CONTINUA ...»

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