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2 Maggio 2008

Libri / Italiani brava gente: la pulizia etnica
nei lager per i popoli slavi

di Giuseppe Ceretti

Il bell'arcipelago della Dalmazia è in fronte a noi, una manciata di miglia separa l'Italia dalle coste slovene, croate e montenegrine. Una miriade di gioielli naturali dominati dal verde intenso della vegetazione, dal blu di un mare che reca intatto il suo fascino a dispetto dell'assalto di barche sempre più veloci e aggressive.
Ebbene, alcune di quelle isole, benedette da una luce abbagliante, custodiscono un segreto di famiglia, un angolo buio, un pozzo nero della nostra storia, nel quale non penetra la luce.
In tali terre, come in molti paesi dell'interno, tra il 1941 e il 1943 si consumarono atrocità da imputare non solo alle truppe naziste. In due anni il regime fascista ideò un sistema di concentramento delle popolazioni jugoslave. Avversari del regime, ma soprattutto abitanti di città e villaggi furono deportati e costretti a vivere, se quella fu vita, in condizioni aberranti. E morirono. A migliaia. Di fame, di stenti, di privazioni.
Oltre 100mila esseri umani furono trattati come " untermenschen " per il solo fatto di essere slavi, oggetto di una pulizia etnica la cui brutalità fu alimentata dall'incapacità del regime fascista di dare organizzazione a una vera e propria deportazione di massa.

La nostra storiografia pare aver calato un velo di impietoso silenzio su una storia che si fatica a identificare come propria. Tocca da tempo a una tenace ricercatrice, Alessandra Kersevan, alzare il velo, porre tutti noi di fronte al falso storico degli italiani brava gente, caduti nella trappola del fascismo, ma incapaci di compiere efferatezze.

Da anni Alessandra Kersevan si dedica allo studio della storia del Novecento delle terre del confine orientale. Il percorso oggi giunge ad una prima sistemazione organica con " Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941- 1943".
Lager. Parola terribile, che non può non disturbare. Uno spietato sostantivo tratto da una generica e di per sé inoffensiva parola tedesca, che ha assunto negli anni il tragico significato che tutti conosciamo. Lager, un universo di orrore che anche nelle coscienze più avvedute si è sedimentato come uno specifico germanico, l'atto mostruoso che ha portato alla morte sei milioni di ebrei.
Vittime e carnefici identificati. Un acuto studioso, Spartaco Capogreco, parla di "potente effetto assolutorio di Auschwitz" nei confronti di tutti gli altri internamenti. Sono pochi i popoli che non hanno nel loro retaggio storico il morbo di un lager. L'Italia non è da meno e non solo per essere stata alleato del regime nazista, ma anche per avere prodotto nefandezze in proprio. Dalle colonie d'Africa fino ai Balcani.

Ciò che sollecitiamo o rimproveriamo ad altri popoli deve valere per noi italiani in primo luogo. Non valgono le logiche dei grandi numeri. Rimozioni e revisioni della storia servono solo ad occultare la verità, a smarrire la consapevolezza di una nazione che voglia definirsi tale. Come rintracciare radici comuni se non siamo in grado di leggere la nostra storia, tutta, nel bene e nel male? Quando mai cresceremo anche come cittadini della nuova Europa ? Tutto questo ci racconta Alessandra Kersevan.

Lager italiani è la minuziosa ricostruzione del sistema di campo di concentramento per le popolazioni jugoslave, dal 1941 al 1943. Gonars, Arbe, Rab, Visco, Cairo Montenotte, Renicci, Colfiorito, sono nomi che ai più dicono poco. Paesi che si trovano oggi al di là degli odierni confini, nei territori di Slovenia e Croazia allora occupati e insieme piccoli centri sparsi per l'Italia intera. Che cosa hanno in comune? Di avere ospitato migliaia e migliaia di slavi " colpevoli " di nutrire avversione e di voler combattere l'invasore italiano; ma ancor più semplicemente di appartenere ad un'altra etnia. Lo slavo doveva lasciare la propria terra, le proprie case ai " volenterosi carnefici italiani". Un processo teso a cancellare identità, lingua, tradizioni. Un lavoro sporco che annovera i nomi più altisonanti del gotha dell'esercito del tempo : dai famigerati generali Mario Roatta, Mario Robotti e Gastone Gambara, ai governatori della Dalmazia Giuseppe Bastianini e Francesco Giunta, dall'alto commissario della provincia di Lubiana, Emilio Grazioli al governatore del Montenegro Alessandro Pirzio Biroli. Nomi assai meno conosciuti oggi dei gerarchi, ma fedeli esecutori di un progetto di annientamento che solo il crollo del regime fascista ha impedito di portare a compimento. Per capire lo spirito di questi comandanti basta il lapidario commento del generale Robotti sulla repressione nei territori occupati: "Qui si ammazza troppo poco". Quei nomi furono ai primi posti nella lista dei criminali di guerra richiesti dalla Jugoslavia e mai consegnati dall'Italia. Anzi, rammenta Alessandra Kersevan , restano nelle iscrizioni tra i figli della patria, spesso con riconoscimenti.

Lager italiani non è un libro che si possa leggere tutto di un fiato, ma ciò non costituisce rilievo critico, è piuttosto un complimento. Le citazioni sono in ogni pagina. Non esiste assunto che non abbia la propria "pezza giustificativa ": un rigore documentale non facile da assolvere, data la difficoltà di rintracciare e dare sintesi a un materiale tanto sparso e frammentato.

Pulizia etnica e terra bruciata per fare spazio ai vincitori : questi gli obiettivi perseguiti tenendo migliaia di internati in condizioni di vita e d'igiene disumani, vissute dagli internati come un golgota. Valga per tutte la dolente testimonianza di Marija Poje, abitante a Stari Kot e internata a Rab nel 1942, che racconta la sua odissea con la meticolosità di una cronaca. Non servono aggettivi, bastano i crudi fatti. Scrive tra l'altro: "Quella persona che sterilizzava i vestiti aveva giusto messo il mio bambino nell'autoclave e il bambino ha pianto. Non so se l'ha messo dentro apposta o se pensava fossero stracci. Io ho urlato, non so come, e lui l'ha tirato fuori… a me poi è morto questo bambino appena nato, dalla fame e dal freddo. Questo esserino era solo una sembianza di bambino. Era magro, solo ossicini, era come un coniglietto. Due giorni di agonia prima di chiudere gli occhi". Nel registro del campo la morte del figlio di Maria viene indicata con la seguente causa : atrofia grave, che significa morte per fame.

Il progetto di sostituzione di quelle popolazioni non fu attuato con compiutezza per le difficoltà di mezzi e logistiche dell'esercito e per la generale disorganizzazione che rendeva, se possibile, le condizioni di vita ancor più crudeli. Scrive Slavko Malnar deportato prima a Gonars e poi a Rab: "A sei anni a Rab avevo 17 kg , all'arrivo a Gonars 13 kg". Racconta poi il suo rimestare nel bidone delle immondizie: "…Abbiamo trovato cartine di caramelle. Il loro odore ci invadeva le narici, ma a mangiare la carta non c'era nessun gusto. Se succedeva che trovavamo qualche foglia marcia, la dividevamo in tre parti e la mangiavamo subito". Tutto ciò al generale Gastone Gambara, comandante dell'undicesimo corpo d'armata, interessava poco. Un appunto manoscritto del 17 dicembre 1942 non lascia dubbi: "Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo. Gambara".
A Gonars resiste una scuola materna costruita con i mattoni e le assi di legno delle baracche del campo. Un riciclaggio dei luoghi della sofferenza "per non dimenticare ". A differenza di quanto abbiamo fatto noi italiani.

Alessandra Kersevan
Lager italiani Pulizia etnica e campi di concentramento
fascisti per civili jugoslavi 1941-1943

Editore: Nutrimenti, 18 euro

2 Maggio 2008

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