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Libri / Come si diventa uno scrittore: «Il mio editore di Jean Echenoz»

di Silvia Giuberti

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19 GIUGNO 2008

E viene il giorno in cui la collezione di lettere di rifiuto è un collage di rivincita. Biglietto da visita inedito per l'incontro con un destino. Quello che ti stringe la penna, ti guarda dritto tra le righe e ti presenta a te stesso come Scrittore.
E' come un improvviso cambio di stagione. Le pagine scritte aprono il cassetto, indossano una copertina e si stendono alla luce del sole sul litorale ambito dei Pubblicati. Ma a far soffiare il vento del successo -assicurano i meteorologi del "riconoscimento duraturo"- non bastano talento e qualità. Occorre una misteriosa reazione chimica. Un Big Bang letterario che è al tempo stesso inizio e progettazione. Occorre un "autore di autori".
Per Jean Echenoz, scrittore francese che confessa di non amare la parola scrittore ma di usarla in mancanza di efficaci sinonimi, tutto ebbe inizio con una telefonata inattesa in un giorno di neve, a Parigi, il 9 gennaio 1979. Il giorno successivo al disincantato invio del suo manoscritto -ormai rifiutato da tutte le case editrici contattate- alle Editions de Minuit, "quintessenza della virtù letteraria" diretta e orchestrata dal leggendario Jèrome Lindon. L'editore che camminava veloce e irraggiungibile per le vie di Parigi e che, se riceveva un manoscritto, telefonava già l'indomani o la sera stessa.
"Il mio editore", sottolinea con affetto Echenoz nel breve, incalzante omaggio pubblicato in Francia nel 2001, dopo la morte di Lindon. L'"uomo dai due sorrisi" -di cordialità o di disapprovazione- che deliziosamente disdegnava simpatia e sentimentalismi, ma convertiva entusiasmo e attenzione -interminabili e esilaranti arringhe sull'uso della virgola, "quasi fosse in gioco il futuro del mondo e della letteratura"- nella creazione di un nuovo scrittore.
Colui che, dopo la Seconda Guerra mondiale -la letteratura clandestina aveva donato "un'aura di eroica e incontaminata purezza" alla casa editrice che aveva fatto delle edizioni di pregio una sorta di resistenza civile- risollevò capitali e sorti delle Editions de Minuit, rivoluzionò la scelta dei titoli e ne assunse infine la direzione. Trovando in Beckett la folgorante emozione della prima scoperta di un autore sconosciuto, cui seguirono -"ridimensionate dal fatto che avevo già scoperto Beckett"- quelle di Robbe-Grillet, Butor, Claude Simon, Pinget e lo stesso Echenoz.
L'editore dal "pessimismo battagliero", che insegnò al suo ingenuo scrittore che i libri pubblicati dovevano anche essere venduti. Sconsigliando, spingendo "sott'acqua invece di lanciarvi un salvagente", supponendo che i suoi suggerimenti non sarebbero stati seguiti.
Echenoz ripercorre -tra telefonate, inviti a pranzo, scenate di gelosia e strategie vincenti, sulla sottile linea dell'autoironia e di una sorta di nostalgica suspense- la storia di due autori: "Jérome Lindon non si limita a spiegarmi perché il mio libro è brutto, ma anche in che modo è brutto, ma anche perché e in che modo ho proceduto così, perché e in che modo mi sono sbagliato, perché e in che modo ho fatto male a sbagliarmi".
Un ritratto nitido e esemplare di un editore "vero", che combatté per la causa del prix unique dei libri e contro la grande distribuzione che minacciava le opere letterarie più innovatrici e fragili. Un autore di autori che alla misteriosa "sensazione" della bellezza di un'opera univa, sempre, la determinazione nel "servire quell'opera come merita".


«Il mio editore» di Jean Echenoz
Adelphi pagg. 52 euro 5,50
www.adelphi.it

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