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Ora il sergente nella neve cammina per sempre nei suoi boschi

di Andrea Casalegno

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18 giugno 2008

Mario Rigoni Stern è morto lassù, sull'Altopiano di Asiago, nella casa che aveva costruito con le sue mani, a pochi passi dall'orto dal quale fino a pochi mesi fa allontanava, per proteggere l'insalata, i caprioli. Aveva 86 anni e da tempo era malato. Grande scrittore, grande uomo, era un amico: non mio, anche se lo conoscevo bene, ma di ognuno dei suoi lettori. Perché Mario, «il sergente nella neve» (questo è il titolo del suo primo, indimenticabile libro, pubblicato nel 1953, con i ricordi della campagna di Russia), sapeva creare un saldo rapporto di affetto con chiunque leggesse una delle sue pagine. Mario è morto lunedì sera. Ma ha voluto che il funerale si svolgesse, ieri pomeriggio, in forma strettamente privata, nella piccola chiesa del cimitero di Asiago; e che soltanto dopo il saluto dei suoi la famiglia facesse sapere anche a tutti noi che si è allontanato per sempre nel bosco, con la sua andatura circospetta che a ogni passo sembrava riconoscere, con il palmo del piede, ogni più riposta piega del terreno. Anche il bosco, che tante volte descrisse con l'amore e l'antica sapienza del cacciatore, era la sua casa.

Nato ad Asiago, in provincia di Vicenza, il 1° novembre 1921, Mario Rigoni Stern è tutt'altro che uno scrittore ingenuo: è uno scrittore autodidatta, e colto perché autodidatta.
Da ragazzo passava certo più ore a saltare su e giù dai camminamenti della guerra del 1915-1918, anziché chino sui libri. Cercava, con i compagni, proiettili inesplosi da riciclare come munizioni per la caccia; e di tanto in tanto scopriva lo scheletro di un soldato italiano o austriaco. Ma era anche un divoratore di romanzi d'avventura. E durante la campagna di Russia avrebbe infilato nello zaino la Commedia di Dante. La trasparenza inconfondibile del suo stile, che descriva le piume dell'urogallo o l'otturatore inceppato di una mitragliatrice, è frutto di un paziente lavoro di lima, di una ricerca estenuante e veramente classica della parola giusta al posto giusto.
Mario Rigoni Stern è scrittore vero perché è un uomo vero. Non tutti coloro che sanno aderire all'esperienza degli uomini sono capaci di raccontarla. Ma la profondità del sentimento e la serietà dell'impegno sono i pilastri sui quali Mario costruisce la narrazione. Corrugare la fronte per capire, dopo una giovinezza offuscata dalla fede, quella sì ingenua, nei miti popolari del fascismo: è questo il gesto fondamentale da cui nasce lo scrittore Rigoni Stern. Prima capire per sé, poi rendere testimonianza, perché le sofferenze non siano mai più dimenticate. Intanto quelle migliaia di pagine divorate avidamente da ragazzo diventano senza accorgersene il tirocinio di lettore del futuro narratore.

Come per tanti giovani vissuti sotto il fascismo, il riscatto comincia dallo sport. Le gare di sci di fondo, scuola di fatica e di resistenza, poi la scuola del coraggio: entra volontario negli Alpini per partecipare al corso di roccia della Scuola militare alpina di Aosta. Il suo istruttore, il caporalmaggiore Butti, è uno dei «ragni di Lecco». Un insegnamento fisico e morale che non andrà perduto: in Russia è a quest'uomo forte e calmo, al sergente maggiore Rigoni, che guardano gli alpini del battaglione Vestone, è a lui che domandano: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?».
Tornato a casa il 5 maggio 1945, dopo venti mesi di prigionia con gli altri soldati italiani che hanno rifiutato di essere arruolati nelle truppe della Repubblica di Salò, Mario è quasi uno scheletro. Trova lavoro all'ufficio del Catasto, si mette a scrivere, non smette più.
Gli argomenti non gli mancano. Dopo la guerra, la pace. L'Altopiano, i boschi, le nevi, le storie dei vecchi, il lavoro, i campi, ecco la vera patria di Mario e – come la Russia, più della Russia – la vera materia della sua scrittura, perché è materia della sua anima. Guerra e pace, guerra e lavoro sono uniti nell'epopea dei Recuperanti (1970), il film che Ermanno Olmi dedica agli abitanti dell'Altopiano che, dopo la Grande Guerra, vanno a cercare nelle trincee, come Mario da ragazzo, tutto ciò che può essere ancora utilizzato dalla vita «civile». Da quel film nasce la loro amicizia. Il regista Olmi viene a vivere sull'Altopiano e diventa il vicino di casa della famiglia Rigoni.

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