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L'estate del '68 in tre dischi

di Michele Monteverdi

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24 luglio 2008
The Pink Floyd
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Istinti blues, cavalcate psichedeliche e ruvidezze hard rock: sono questi i colori dell'estate musicale 1968. Almeno considerando le tavolozze di istituzioni come Doors, Cream e Pink Floyd, che in questi giorni hanno pubblicato alcuni dei loro album più importanti.
Pink Floyd, «A saucerful of secrets» «Roger Waters» aveva una discreta gatta da pelare. Un nuovo disco era in cantiere da diversi mesi, ma l'amico e chitarrista Keith Barrett detto Syd, lo stesso che aveva conosciuto ai tempi della scuola e con cui aveva fondato i Pink Floyd, cominciava a dare segni di squilibrio. In alcuni momenti era come bloccato, perso a rincorrere il filo di pensieri troppo ingarbugliati: l'indole schizofrenica, unita alla passione per l'lsd, non l'aveva aiutato a reggere l'urto di quegli anni psichedelici. Era del resto frutto delle sue allucinazioni drogate il primo album del gruppo, «The piper at the gates of dawn», che nel 1967 aveva puntato sui Pink Floyd i riflettori della critica e s'era piazzato al sesto posto della classifica britannica. Adesso bisognava replicare, ma Syd non ci stava più con la testa. Doveva essere sostituito. Anche gli altri - il batterista Nick Mason e il tastierista Rick Wright non vedevano altra soluzione. La scelta cadde sul 22enne David Gilmour, che già da qualche mese aveva affiancato Barrett alla chitarra e che all'inizio del 1968 entrò ufficialmente a far parte del gruppo (tre mesi dopo Syd uscì di scena). Finalmente si poteva ultimare l'album. «A saucerful of secrets» segna così un passaggio di consegne: dalla atmosfere schizzate e pazzoidi di Barrett, che qui firma soltanto la stralunata «Jugband blues», alle malinconiche introversioni di un Waters supportato da Wright, cui le chitarre di Gilmour donano inaspettate fughe rockeggianti (si vede l'attacco di «Let there be more light»). L'album uscì in Gran Bretagna il 29 giugno e negli Stati Uniti il 27 luglio. Non un grande successo (si piazzò nono nella chart inglese e fece fiasco negli States), ma l'inizio dei Pink Floyd così come sono conosciuti dal grande pubblico. La strada verso «The dark side of the moon», con la progressiva ascesa di Waters a leader, era stata imboccata.

Doors, «Waiting for the sun»
Se il secondo album, come si suol dire, è quello della conferma, il terzo presuppone una svolta. Nel senso che, d'accordo, la band si è fatta conoscere e ha mostrato quello che sa fare, ma non può limitarsi a replicare la formuletta vincente. Per la terza prova di studio, Jim Morrison aveva pensato di puntare con decisione sulla strada «poetica». Non che i precedenti lavori del gruppo, l'omonino «The Doors» e il successivo «Strange days», non fossero infarciti di sbocchi lirichi e teatrali (si veda, per esempio, i riferimenti all'«Edipo Re» presenti in «The end»). Del resto, Morrison era ragazzo di buone letture: Nietzsche, Rimbaud, Baudelaire… Lo stesso nome della band, The Doors, era preso da un verso di William Blake. Per il terzo album, «Waiting for the sun», voleva però fare di più. Il fulcro del disco sarebbe dovuto essere «Celebration of the Lizard», poemetto musicato scritto da un Morrison in vena di teatro. Eppure, quando si trattò di chiudersi in studio insieme ai compagni Ray Manzarek (tastiere), Robbie Krieger (chitarra) e John Densmore (batteria)… beh, niente, non c'era verso. L'ispirazione non voleva saperne di arrivare. Senza contare che un recital psichedelico di oltre 17 minuti su disco sarebbe stato davvero troppo «pesante». Non tutti gli sforzi furono accantonati. Un passaggio musicale del poemetto, l'ipnotica «Not to touch the earth», venne recuperata come terza traccia, mentre l'integrale «Celebration of the Lizard» fece spesso la sua comparsa nei live (la si può ascoltare come bonus nella ristampa per il 40esimo anniversario dell'album), tanto che restò appiccicato a Morrison il soprannome di Re Lucertola («Lizard», appunto). Nonostante guizzi notevoli («Spanish caravan» su tutti), l'album però in alcuni punti suona stanco. Basti ricordare che il singolo «Hello, I love you», seconda hit dei Doors a piazzarsi in cima alle classifiche Usa (solo «Light my fire» aveva fatto altrettanto), suona molto simile, per molti pure troppo, a «All day and all of the night» degli inglesi Kinks. Il disco, uscito l'11 luglio, rappresenta il maggiore successo commerciale dei Doors, certo, ma anche l'inizio della discesa artistica. D'ora in avanti, complici le sempre più eccessive provocazioni di Morrison - che di lì a poco sarebbe stato citato in giudizio per oltraggio al pudore la vena d'oro andò rapidamente esaurendosi.

Cream, «Wheels of fire»
«Non abbiamo copiato i Kinks, piuttosto, ci siamo ispirati a "Sunshine of your love" dei Cream». Robbie Krieger ha respinto così le accuse di plagio. Facile da credere. Protagonista assoluto di quel blues revival che ha visto i bianchi prendere possesso della musica nera, il supergruppo inglese formato da Jack Bruce (basso e voce), Eric Clapton (chitarra) e Ginger Baker (batteria) era qualcosa di imprescindibile. Non solo perché musicalmente erano dei mostri («Clapton è dio», si scriveva in quegli anni sui muri di Londra), ma anche perché erano riusciti a innovare una tradizione percepita già come antica a colpi di psichedelìa e hard rock, sdoganando l'improvvisazione di matrice jazzistica anche in sala di registrazione. Il loro secondo album, «Disraeli gears» (1967), fu un successo mondiale (con la già citata «Sunshine of your love») ed è considerato un classico del rock. Così come l'lp successivo, il doppio «Wheels of fire», pubblicato nell'agosto del 1968 e subito balzato in vetta alla classifica Usa. Un disco che è un po' una summa del mondo Cream: il blues e gli «waa waa» della chitarra di Clapton, il basso virtuoso di Bruce e i ritmi d'indole jazz di Baker. Il tutto impreziosito dagli archi e dai fiati inseriti qua e là dal produttore Felix Pappalardi. Sfumature da vendere, insomma. Capolavori come l'energica «White room» o l'intensa «As you said» sono lì a testimoniarlo. Il secondo disco, intitolato «Live at the Fillmore», contiene invece quattro semi-improvvisazioni dal vivo. Tra cui la celebre «Toad», entusiasmante cavalcata di batteria lunga 16 minuti, nonché unico pezzo del disco effettivamente registrato al celebre Fillmore West di San Francisco. Quel che si dice il massimo. E in effetti, i tre non sarebbero andati molto oltre. Vuoi per le (inevitabili) rivalità sorte fin dall'inizio tra questi tre egocentrici purosangue; vuoi perché i continui tour avevano finito con lo sfibrarli (e nel live un poco si sente); vuoi infine perché, quanto a droghe, non ci andavano certo leggeri. Si sciolsero il 26 novembre 1968, al termine di un concerto alla Royal Albert Hall di Londra. Quattro giorni prima era uscito il (così detto) «White album» dei Beatles.

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