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Costantino Nivola: la scultura dagli archetipi sardi alle architetture newyorchesi

di Silvia Sperandio

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4 luglio 2008
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Un'apertura rettangolare, al centro di una superficie di marmo dolcemente concava: una finestra sul mondo, che invita lo sguardo a soffermarsi sull'infinitamente piccolo, nella consapevolezza dell'infinitamente grande. E' un'opera emblematica, nella poetica di Costantino Nivola, la "Figura femminile" del 1984 che dà il via all'antologica dedicata al grande artista di Orani, nel ventennale della scomparsa. Un evento speciale, quello allestito a Palazzo Regio di Cagliari, dedicato all'amata moglie di "Antine", Ruth Guggenheim, morta nel gennaio scorso, e voluto dalla Provincia di Cagliari. La mostra, curata dalla Fondazione Nivola, diretta da Ugo Collu, presenta molti lavori inediti – in tutto oltre un'ottantina di opere - che provengono da collezioni private e documentano ampiamente la libertà espressiva di Nivola dagli schemi del sistema tradizionale dell'arte.
E' proprio la prima sala, all'ingresso del trecentesco palazzo che fu sede del viceré, a regalare una sintesi della poetica dell'artista, attraverso una decina di lavori come pietre miliari: opere in marmo, cemento e travertino, un dipinto newyorkese, un bassorilievo in gesso e sand cast, la tecnica da lui inventata negli anni Quaranta con la colatura del gesso, o del cemento, in un'intelaiatura rivestita di sabbia.
Nella coppia di sculture intitolate "La madre sarda e la speranza del figlio meraviglioso", entrambe del 1986, l'archetipo della donna-madre-mediterranea viene riproposto in due variazioni: nella prima, realizzata in blocco di travertino, la superficie porosa offre allo sguardo il ricamo di un paesaggio lunare, nella seconda, in marmo levigato, la luce mette in evidenza la morbida convessità del ventre, in un abbraccio di feconda accoglienza, del figlio come dell'altro da sé.
Una scomposizione della figura, che ne conserva la compattezza spigolosa, caratterizza invece la scultura intitolata "Ingegnere", del 1960: un'anima "maschile" che si erge accanto a "Madre distesa", dell'80: levigata superficie orizzontale che accoglie e al tempo stesso sembra sorreggere il volume d'aria sovrastante.
L'itinerario procede per linee cronologiche, e presenta i dipinti della formazione all'Isia di Monza - dove Antine, sesto di dieci figli di un muratore, si reca con una borsa di studio dopo aver lavorato a Orani con il padre come manovale, e poi a Sassari, come apprendista del pittore Delitala: "Gruppo di persone in un interno", tempera su supporto parietale, del ‘34, rivela affinità con la pittura murale di Sironi e Cagli. Nel clima milanese, matura anche l'interesse per una tema che diventerà fondamentale: il legame tra architettura, arte, decorazione.

Verso New York
A Monza Nivola incontra anche Ruth Guggenheim, bella ebrea tedesca che diventerà la sua inseparabile compagna di vita: con lei, per sfuggire alle leggi razziali, si recherà prima a Parigi –lasciando il lavoro alla Olivetti come art director - e in seguito sbarcherà a New York.
E' il momento della Grande Mela, dove Costantino approda nel ‘39. L'immagine di "Flat iron building", tempera su carta del ‘43, testimonia lo spaesamento e l'energia derivante dalla scoperta. Nel grande olio su tela "Unbelievable City", del 1975, la metropoli è un gigantesco agglomerato che miniaturizza uomini, donne, abitazioni, bandiere come emblemi delle differenze: auto in corsa verso tutte le direzioni, un crocevia come piazza del mondo, insegne luminose e finestre da capogiro. Un maxi puzzle in cui tutto entra in relazione con tutto, in una tendenza alla massima entropia che è al tempo stesso generatrice di energia. E' forse questo carattere di "interdipendenza", questa rete invisibile di relazioni reciproche nello spazio, il "segreto" della città che Nivola indaga? All'artista, che in cuore custodisce la quiete di campagna e ulivi, la città offre occasioni di confronto con gli artisti europei emigrati e con il clima artistico newyorkese in cui operavano Pollock e de Kooning, Kline e Brooks e in cui si afferma l'Action painting teorizzata da Rosenberg. «Questo è un cattivo ambiente per la formazione di un artista come te», lo mette in guardia Le Corbusier, il grande architetto con cui Nivola condivide per diversi anni lo studio.

Lo spazio nell'arte
Ma Nivola procede per la sua strada: la poetica mantiene un carattere narrativo e diviene sempre più progettuale, mentre la "città" assurge a luogo dell'utopia, ideale antico in cui arte e architettura, ma anche pittura, scultura, decorazione, collage, grafica, si integrino in connessione vitale: come nelle cattedrali del Medioevo, quando scultori e architetti lavoravano fianco a fianco, consapevoli di una pari dignità e ruolo sociale.
Il percorso espositivo corre nelle sale del Palazzo di Cagliari, dove l'allestimento lascia intravedere, a metà altezza, ori e stucchi, antichi dipinti, tendaggi, lampadari. Uno spazio sontuoso ora conquistato dall'essenzialità di Nivola: da un Totem del 1950, dea madre mediterranea e primitivismo afro, allo studio in sand cast progettato per lo show-room newyorkese di Olivetti, alla forza sciamanica che emana dalla Grande Lamiera nelle sale circostanti e alle memorie antropologiche di Madri e Figure maschili. Fino alla semplicità della serie di "Lettini" in terracotta, piccoli capolavori che invitano all'esplorazione dei particolari, e inteneriscono l'anima.

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