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Libri / Il mestiere dell'attore

di Toni Servillo

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22 agosto 2008
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Anticipazione da «Domenica Il Sole 24Ore»


Se mi chiedono «che cosa fai nella vita?», io rispondo «recito, mi sento un attore». La cosa che faccio di più, durante l'anno, è recitare, ed è il mestiere nel quale mi riconosco. E quando qualcuno mi chiede che cosa sia la creatività, io non so rispondere. Perché non sono un creativo, e non mi sono mai pensato in termini creativi, perché mi ritengo fondamentalmente un interprete.

Sono uno come tanti, che dalla propria prospettiva cerca di lavorare sulla creatività che c'è in un testo. Io non ho un "metodo". Cerco, vado per tentativi. A teatro, non cerco un personaggio che mi possa corrispondere per ragioni fisiche o di temperamento, e di conseguenza non cerco neanche un testo in particolare. Da ragazzo ho visto troppo teatro (e ahimè ancora se ne fa) dove questo principio, che è un principio di vanità, danneggia il teatro stesso. Che dovrebbe essere una comunicazione intelligente, emotiva, ma non vanitosa.

Quello che faccio è scegliere un autore: il primo rapporto con quello che è poi il risultato di uno spettacolo e di una interpretazione, è il rapporto con un autore. Mi è successo con Molière, in qualche modo con Marivaux, con Eduardo, con Viviani e col teatro napoletano in genere. Cerco forme di teatro che presuppongano in sé una necessità storica attraverso la quale si sono sviluppate, e cerco di risollecitarle e di rimetterle in circuito nell'oggi. Scelgo poi un testo, e anche qui per la verità sento poca "creatività", quanto piuttosto un processo che è materico, artigianale, fatto per aggiustamenti.

Cerco, tra gli attori con cui abitualmente lavoro, quelli che formano in maniera più omogenea possibile un cast che si avvicini a quel tipo di teatro e a quel tipo di testo e poi, come ultima cosa, scelgo il personaggio. Credo che questo processo, che parte da una visione macroscopica per giungere a una messa a fuoco microscopica, presupponga una relazione col teatro che fa piazza pulita di una scelta vanitosa e semplicemente esibizionistica nel rapporto con il personaggio.

Ritenendomi fondamentalmente un attore, firmo le regie, ma in realtà ho un rapporto con la mia compagnia come potrebbe averlo un primo violino che con una sezione d'archi interpreta e gestisce un concerto per archi: lo leggo con loro, lo concerto e lo eseguo insieme a loro. E questo tipo di rapporto è profondamente diverso da quello che può instaurare con la propria compagnia un regista che non va in scena. Perché per un attore che concerta, il recitare in rapporto agli altri, nel gioco scenico della recitazione, fa proseguire il processo – se così vogliamo chiamarlo – "creativo", o per lo meno l'avventura con il personaggio. E non credo affatto, come qualche volta sento dire, che il momento più esaltante di una avventura teatrale sia quello delle prove. Credo piuttosto che il momento più esaltante sia quello delle repliche: perché, pure essendo spesso una fatica tremenda stare in giro per anni o per mesi secondo la fortuna di uno spettacolo, le repliche permettono quel vero rapporto intimo che un attore coltiva nella propria quotidianità con un personaggio. A cui aggiunge o toglie ogni sera, in base al proprio temperamento o a quello che gli accade.

L'attore ha a disposizione un materiale che è il suo stesso corpo, che sono i suoi stessi pensieri, che sono le sue stesse reazioni, e se c'è un principio di creatività, è misurabile nello spazio di movimento che c'è tra sé e ciò che ritorna dai personaggi a se stessi.
La mia esperienza nel cinema, per quanto fortunata, è per forza di cose limitata: ho fatto appena una decina di film, e alcuni li ho realizzati grazie al talento di Sorrentino, che è un artista straordinario. Nel cinema in effetti mi viene più facile dare una definizione di creatività: posso dire che il creativo è qualcuno che inventa qualcosa che prima non esisteva, e la lancia in un firmamento dove va a vivere con cose che prima non esistevano e ora esistono.

Sorrentino ha la capacità di inventare dei personaggi, delle storie, e di conseguenza dei dialoghi, che sono una pista straordinaria per un attore, per un interprete. I primi due film fatti assieme, che sono andati molto bene, hanno dato una certa visibilità al mio lavoro nel cinema. Però devo dire onestamente che, se pure a teatro mi sento oggi al di qua della metà del cammino da percorrere, al cinema questo è ancora più vero. Anche perché io non credo nelle vocazioni. Come tanti ragazzi, anch'io da piccolo mi sono travestito con abiti femminili o da Pulcinella, ma non credo nelle chiamate sulla via di Damasco, detesto gli attori che dicono «io sono Amleto». Penso che il destino di un attore sia qualcosa che si incontra al momento del bilancio di una vita, perché è la risultante di tutto ciò che si è rinunciato a essere per fare quello.

Ovvero si fa il conto di tutte le "sottrazioni". Forse questo ha a che fare con la creatività, ma è una creatività contratta, solitaria, schizoide. La giornata di un attore è creativa nella misura in cui dalle undici e mezzo (è quello che capita a me, ma so che capita a tanti miei colleghi) non si pensa ad altro che al «chi è di scena», il segnale che ti dà il direttore di scena per andare in palcoscenico. Significa che dalle undici e mezzo alle nove di sera sottrai tutto quello che potresti fare nel ventaglio di ipotesi della tua esistenza. E non è che lo togli: lo metti in quel concentrato di vita che sono le due o tre ore che restano. Questo priva il mestiere dell'attore di ogni esibizionismo, e gli dà invece materia, gli fornisce materiali per cui poi, alla fine, aver fatto questo lavoro è un compromesso con la vita. Un compromesso per sottrazione, per quello che si è deciso di non fare per fare soltanto quello, che però si capisce soltanto alla fine.

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