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27 agosto 1950: Cesare Pavese,
la rinuncia alla vita

di Marco Innocenti

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In un'estate calda e vuota, il 27 agosto 1950, Cesare Pavese, il poeta delle Langhe, brucia la candela della vita. Ha appena pubblicato "La luna e i falò", come un addio ai miti dei campi che lo avevano attratto nell'infanzia. Per uccidersi sceglie un grigio albergo torinese, l'Hotel Roma. Si suicida con i barbiturici due mesi dopo avere vinto il premio Strega (24 giugno) con il romanzo "La bella estate", scritto nel '40 e uscito nel '49. Sul frontespizio di uno dei propri libri preferiti, "Dialoghi con Leucò", lascia l'ultimo messaggio: «Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».

I fallimenti sentimentali
Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paese di piccoli agricoltori delle Langhe, da genitori borghesi di origini contadine. Ragazzo sensibile, soffre, come i protagonisti dei suoi futuri romanzi, di un continuo e inappagato bisogno d'amore. La sua vita di scrittore e intellettuale antifascista è densa di successi professionali e di delusioni sentimentali: Tina nel '29, Fernanda nel '40, Bianca nel '45, Constance nel '50. Soffre di depressione, aggravata dalla difficoltà di avere gratificanti rapporti umani. Nei suoi romanzi racconta le tradizioni, le vicende, la natura, le parole, le memorie, i drammi della gente delle Langhe. Tra la righe traspaiono il vuoto e lo smarrimento della sua vita, l'impotenza e la frustrazione di fronte all'esistenza.

La sua originalità
Il conflitto dell'individuo con la società, l'impegno sociale, la tensione morale, il mito di un'umanità nuova, il principio dell'autodistruzione e l'amore come meta irraggiungibile sono alcuni dei suoi temi di fondo. I suoi romanzi e i suoi versi ("Lavorare stanca" e "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi") sono scarni, essenziali, originali e rappresentano un capitolo importante nella letteratura italiana del dopoguerra.

La vocazione al suicidio
Nel corso di una vita profondamente infelice Pavese corteggia con insistenza l'idea del suicidio come fosse una vocazione, collegandolo costantemente al tema amoroso. Il privarsi della vita rappresenta per lui un gesto eroico, una «affermazione della dignità dell'uomo davanti al destino». E il destino gli offre l'occasione a lungo cercata.

Constance Downing
Nel '49 Pavese conosce l'attrice americana Constance Downing e se ne innamora senza essere ricambiato. Definisce il suo rapporto una «inquietudine angosciosa». Constance, dopo un effimero entusiasmo, lo lascia, riparte per l'America, torna oltre il mare da cui è venuta, e Cesare si toglie la vita. Il suo è un suicidio annunciato. Muore da scrittore che non scriverà più. Si arrende perdendosi negli occhi della morte. L'ultima pagina del suo diario dice: «Tutto fa schifo... Non scriverò più».

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