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Globalizzarsi alla romana

di Carlo Carena

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2 Settembre 2008

D i tutti i popoli antichi il romano è quello che per la maturità, la ricchezza e la durata della sua vicenda ha più alimentato la riflessione storica e politica. Si è studiata e descritta su di loro come si possa e si sia costituita «una repubblica perfetta», al dire di Machiavelli; ovvero la crescita e la decadenza delle nazioni e dei regimi, le cause che ne determinano la grandezza e la corruzione, che costituiscono un popolo ben regolato ovvero ne «guastano il cuore», per dirla con l'altro sommo dei filosofi di questa storia, Montesquieu.
Quei motivi la rendono non meno incisiva oggi che lo scenario è per alcuni aspetti ancora più simile al loro che non in passato. Le forme e i tratti materiali, politici, culturali che determinano e caratterizzano «l'identità millenaria e mondiale di Roma» e che Aldo Schiavone e i suoi collaboratori hanno radunato nei volumi della Storia di Roma Einaudi, riproducono uno scenario alle cui luci e ombre siamo abituati.
I Romani si misurarono con le genti più diverse e le riunirono in uno Stato cosmopolita, navigarono e commerciarono da Gibilterra all'India, importarono dall'Arabia e dal Baltico, assorbirono indifferentemente (senza differenze e con indifferenza) culti strani di Indiani e di Celti.
Maestri dell'immagine e dello spettacolo, disseminarono i ritratti dei loro grandi nei giardini dove ancora passeggiamo, e nei saloni delle regge dove si ricevono i diplomatici essi grandeggiano ancora sui soffitti, negli arazzi, nei motti. I loro eroi affollano tuttora gli schermi e i palcoscenici della musica e della tragedia. Un terzo del teatro di Corneille è di storia romana; né da meno Alfieri per tutto il suo teatro e per i protagonisti delle "tragedie della libertà", Virginia, Ottavia, e poi due Bruti.
Qualche infiltrazione si è protratta fino alla seconda metà del secolo scorso e le Idi di marzo continuano ad apparire nel Giulio Cesare di Shakespeare con i volti di John Gielgud e di Marlon Brando, e Giulio Cesare continua a trattare i suoi affari nel romanzo di Brecht, Adriano a trasparire dal romanzo della Yourcenar quieto, incline all'intimità, desideroso e capace «di unire i piaceri dell'arte alla pace dei campi».
Nella galleria degli imperatori si snoda una serie di ritratti impressionante, esaltati dalla propaganda o sfregiati dai pettegolezzi. Tiberio era un bravissimo economista. Salito al principato, s'accorse che il Paese viveva al di sopra delle proprie risorse, il lusso era sfrenato, gli sprechi eccessivi, «il costo dei generi necessari aumentava quotidianamente e non bastavano rimedi ordinari per contenerlo». In un messaggio al Senato tracciò un programma presidenziale che andrebbe tutto letto e riletto dagli statisti odierni. «Da dove incomincerò – disse – a porre divieti e a fare tagli per tornare alle abitudini di un tempo? Dalla sconfinata estensione delle ville, dal numero di servi di ogni provenienza, dalla quantità di oro e di argento? So che a tavola e nei circoli si muovono queste accuse e si chiede una limitazione; ma se qualcuno introduce una legge e stabilisce delle pene, quegli stessi gridano che si sovverte lo Stato eccetera». (Tacito, Annali III 54).
Diocleziano fu un organizzatore formidabile. Decentrò quello Stato immenso, separò il potere civile dal militare, riordinò l'organizzazione finanziaria, rivide il sistema della tassazione basandolo sulla proprietà e sulla persona fisica, riformò il sistema monetario, regolò i prezzi con un editto "sui prezzi massimi".
Assieme a questi esempi di uomini di Stato, ecco la cultura al potere in altri due straordinari sovrani. Parlare di Marc'Aurelio, dice ancora Montesquieu, è un piacere segreto né si può leggere la sua vita nei suoi Ricordi senza provare una specie di tenerezza: «Tale è l'effetto che essa produce, che si ha una migliore opinione di se stessi perché se ne trae una migliore opinione degli uomini». Cresciuto con una profonda formazione filosofica, quando la morte di Antonino Pio, che l'aveva adottato, lo portò sul trono nel 161, esercitò per vent'anni il regno eseguendo il suo dovere, molto spesso di soldato alle frontiere danubiane, lui stoico di visioni universalistiche, con la malinconia di chi era convinto della vanità del potere, del fasto e della gloria, la Ragione in un mondo in cui valgono solo i fantasmi.
Né meno, alla fine di questa storia, il platonico Giuliano, anch'egli cresciuto alla scuola della filosofia greca, anch'egli soldato alle frontiere orientali, uno degli idoli di Voltaire, che vi riconosceva tutte le virtù di Catone senza la testardaggine, tutto ciò che si ammirava in Cesare senza i suoi vizi, e pari a Marc'Aurelio, «il più grande degli uomini».
E poi, chi più attuale fra i potenti di Ottaviano Augusto, il quale portava sandali con le suole alte per sembrare più alto? (Svetonio, Il divo Augusto, cap. 73); come il prozio Cesare portava una corona in capo per nascondere la calvizie (Dione Cassio, XLIII 43).

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