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Don Carlo: applausi e fischi per una direzione sovrastante

di Valeria Ronzani e Stefano Biolchini

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8 DICEMBRE 2008

La ricerca del «Don Carlo» perfetto ha inguaiato Giuseppe Verdi per vent'anni, che di questo capolavoro dall'omonimo dramma di Schiller ha sfornato cinque versioni autografe, di cui le due principali, una formato Grand Operà (Prima parigina nel 1867), «Don Carlos», libretto in francese di François-Joseph Méry e Camille Du Locle, cinque atti coi balletti, e l'altra italiana (traduzione di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini, Prima alla Scala nel 1884), quattro atti, più compatta ma che sacrifica pagine sublimi. Può ben inguaiare pure Daniele Gatti, bacchetta milanese poco profeta in casa, tanto per non smentire i luoghi comuni, al suo debutto a un'inaugurazione scaligera.

Sarà ricordata a lungo questa Prima della stagione 2008-2009; versione italiana in quatto atti, qualche taglio aperto, qualche pagina recuperata, conclusione, erano anni che non si sentivano tanti fischi. Chissà cosa avrà pensato il ministro Bondi, portabandiera dell'eccellenza scaligera che dovrebbe portare a spensierati tagli tombali per le altre fondazioni lirico sinfoniche. O il sindaco Moratti, che aveva decantato questa serata come l'essenza della milanesità, con buona pace dell'universale genio verdiano. Chiariamo: la Scala è sempre stata la Scala, e quello che si può scusare su palcoscenici meno paludati, qui non è mai stato tollerato. Proprio in «Don Carlo» fu fischiato Pavarotti per un grattino in gola che provocò una stecca. E, con tutto il rispetto, stazza a parte, fra Stuart Neill e Lucianone ce ne corre. Così gli applausi sono arrivati dalla platea di invitati più o meno vip, quest'anno morbosamente attratti dal foyer ben oltre gli intervalli canonici, i boatos dai loggionisti. Che, per una volta, non si possono davvero accusare di fanatismo talebano. Un Grande inquisitore come quello di Anatolij Kotscherga è talmente improponibile da divenire una rarità, nel senso che capita di rado di ascoltare qualcosa di simile. Fischiato. Idem per il regista Stephane Braunschweig. E' il secondo anno che viene chiamato per lo spettacolo inaugurale un regista transalpino. Ma se nel «Tristano» firmato da Patrice Chéreau, pur non condividendo molto, c'era la zampata del grande uomo di teatro, questo «Don Carlo» minimalista ha il sapore polveroso, fin dal primo alzarsi di sipario, di uno spettacolo preso a prestito da palcoscenici anni Settanta. Insopportabili i bimbetti che dovrebbero far capire a noi spettatori un po' duri di comprendonio come la vicenda si giochi sul rimpianto di legami nati negli anni di un'infanzia piegata a superiore ragion di Stato. Non solo, come purtroppo molti suoi colleghi, Braunschweig non crede alla potenza evocatrice della musica, qui una delle più possenti partiture verdiane, e giù a illustrare le pagine orchestrali. Ma non si era mai visto illustrare pure il canto, e la povera Elisabetta si trova a cimentarsi in una delle arie vocalmente più terribili uscite dalla penna di Verdi, ma anche più assolute e sublimi, con un "petit Carlò" che le razzola intorno.

Nessuno ha voluto bene ai cantanti in questo «Don Carlo» scaligero, tanto meno il direttore Daniele Gatti, che li sovrasta beato e non permette un respiro orchestrale per i meritati applausi dopo molti passaggi nodali. Trionfatore assoluto il Filippo II di Ferruccio Furlanetto, vocalmente e teatralmente ineccepibile. Insieme a lui la principessa d'Eboli Dolora Zajick, emissione incantevolmente morbida per uno strumento duttile e potente come pochi. Applausi e fischi per l'Elisabetta di Fiorenza

Cedolins, bellissima nei sontuosi costumi ripresi da quadri d'epoca. Ma andrebbe riascoltata con un'orchestra più conciliante in un ruolo che ieri sera pareva ancora non maturo nelle corde drammatiche. Lo stesso dicasi per il protagonista Stuart Neill, catapultato, povero, solo due giorni fa a sostituire il non più gradito Giuseppe Filianoti. Bella voce, bei mezzi, ma poca morbidezza e duttilità. Il Rodrigo di Dalibor Jenis non ha l'eroismo vocale che il personaggio meriterebbe, ma nella scena del suo sacrificio un applauso, negatogli da Gatti, se lo sarebbe meritato. Fanno le sue vendette i loggionisti infuriati, ed è un non voler vedere, e soprattutto sentire (strano dato il frastuono), ridurre tutto ai malumori dei fan di Filianoti. Bellissimi, e carissimi, i costumi di Thibault van Craenenbroeck, tranne che quelli, francamente insopportabili, da proletariato post rivoluzione industriale, dei poveri plebei. Si esce un po' frastornati, ci si interroga su dove fosse finito quel rimpianto ombroso che tutto avvolge, e il baratro terribile dell'autodafè, pure il coro pareva sbandare. E si pensa che forse il Dio della lirica ha vendicato i teatri offesi dalle affermazioni del sovrintendente scaligero Stéphane Lissner, che solo a Milano si fa l'eccellenza. Non troverà certo molta solidarietà per questo incidente di percorso. Lui dichiara che si è trattato di un grande Prima.

Don Carlo, di Giuseppe Verdi
Orchestra e coro del Teatro alla Scala diretti da Daniele Gatti
Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2008-15 gennaio 2009

stefano.biolchini@ilsole24ore.com

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