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Scelti per voi / I film di Natale

a cura di Stefano Biolchini, Michele Ossani e Boris Sollazzo

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Il bambino con il pigiama a righe
Tratta dal best seller del 2006 di John Boyne, un'opera toccante che racconta l'Olocausto attraverso gli occhi di un bambino e riesce a farlo con stile classico, misura e sobrietà, diventando veramente tragica solo negli ultimi minuti.
Nella Berlino degli anni Quaranta un ufficiale nazista riceve una promozione e si trasferisce con la moglie, la figlia adolescente Gretel e il figlio di otto anni Bruno in una casa di campagna. Subito dopo il suo arrivo, il bambino guarda fuori dalla finestra della sua camera e vede non troppo lontano quella che gli sembra una fattoria con lavoratori che indossano un pigiama a righe. Il padre gli ha nascosto infatti che la ragione del loro trasferimento è la vicinanza a un campo di concentramento. Curioso e annoiato, Bruno scappa e arriva attraverso i boschi in un luogo dove, al di là di un recinto di filo spinato, c'è Shmuel, un bambino ebreo pallido, macilento e affamato della sua stessa età, anche lui con indosso quell'uniforme a righe.
Bruno comincia a far visita a Shmuel ogni giorno e presto si rende conto che in quel posto potrebbero avvenire cose strane e terribili. I due bambini sviluppano un'amicizia segreta, destinata a concludersi in maniera tragica.
Mark Herman firma una trasposizione cinematografica potente del romanzo di John Boyne, in cui con mirabile asciuttezza, senza enfasi e con pochi dialoghi essenziali, sono i semplici e nudi fatti dell'atrocità dell'Olocausto vista dagli occhi di un bambino a sbalordire e a scuotere. La trama è inventata, ma si ispira a fatti storici e a tratti assume i connotati di una favola nera. I cinque minuti conclusivi, fortemente drammatici, sono quasi impossibili da sostenere.

Il bambino con il pigiama a righe
Titolo originale: «The Boy in the Striped Pajamas»; Regia: Mark Herman; Sceneggiatura: Mark Herman, dal romanzo omonimo di John Boyne; Fotografia: Benoît Delhomme; Montaggio: Michael Ellis; Scenografia: Martin Childs; Costumi: Natalie Ward; Musica: James Horner; Produzione: BBC Films, Heyday Films, Miramax Films; Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia; Interpreti: Vera Farmiga, David Thewlis, Asa Butterfield, Jack Scanlon, Amber Beattie, Rupert Friend, David Hayman; Origine: Gran Bretagna/Usa; Anno: 2008; Durata: 94'.
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Come Dio comanda
Gabriele Salvatores, dopo «Io non ho paura», adatta per il grande schermo un altro romanzo di Niccolò Ammaniti: «Come Dio comanda». Il regista ambienta in un paese di un Friuli aspro e desolato la vicenda di Rino, un padre violento, razzista, che prova affetto per il figlio Cristiano, il quale gli è profondamente legato, ma nello stesso tempo gli trasmette una visione della vita improntata all'odio e al razzismo. I due vivono in un ambiente degradato e un assistente sociale li tiene sotto controllo. Unico loro amico è Quattro Formaggi, un ragazzo ritardato. Quando quest'ultimo si macchia di un crimine in un bosco, Rino accorre sul luogo, ma è colto da infarto. Sarà suo figlio a salvarlo, evitandogli la morte e la galera, anche se dubiterà del padre.
Salvatores sfronda il libro di Ammaniti e sceglie di concentrarsi sul rapporto tra padre e figlio. L'opera è solida ma non fino in fondo avvincente.
La partenza è molto buona e indovina toni e atmosfere. Ma la tensione narrativa, in questa storia di emarginazione e zone d'ombra girata con macchina a mano, via via si disperde e il film s'incarta nella parte centrale dedicata al fatto di sangue. Rimangono così soprattutto l'ottima direzione degli attori (specialmente Filippo Timi e il giovane esordiente Alvaro Caleca), l'indubbia capacità di legare le musiche alle immagini e un finale intenso e ispirato.

Come Dio comanda
Regia: Gabriele Salvatores; Sceneggiatura: Niccolò Ammaniti, Antonio Manzini, Gabriele Salvatores; Fotografia: Italo Petriccione; Montaggio: Massimo Fiocchi; Scenografia: Rita Rabassini; Costumi: Patrizia Chericoni e Florence Emir; Musica: Mokadelic; Produzione: Colorado Film e Rai Cinema; Distribuzione: 01 Distribution; Interpreti: Filippo Timi, Elio Germano, Angelica Leo, Alvaro Caleca, Fabio De Luigi; Origine: Italia; Anno: 2008; Durata: 103'.
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La felicità porta fortuna
Il cinema di Mike Leigh, regista inglese con una spiccata predilezione per le tematiche sociali, si fa più arioso e solare. Se in passato nei suoi film l'ironia aveva pur sempre fatto capolino anche all'interno di storie tragiche, stavolta, nella sua osservazione acuta della working class, è il tono brillante a predominare. Così appare la storia della trentenne Pauline detta Poppy, insegnante elementare in una Londra periferica. Irriducibile single, circondata da un gruppo di amiche affezionate, affronta la vita con un sorriso per ogni situazione. La pellicola ce la mostra alle prese con corsi di flamenco, lezioni di scuola guida con un burbero istruttore, uscite con le amiche. Ma fa anche incontri inaspettati, che la mettono a confronto con i lati più sgradevoli dell'esistenza. E il mondo non reagisce sempre in maniera positiva a questo suo ottimismo.
Leigh esplora in questa sua opera, come altre volte in passato, il mondo femminile, con toni lievi e colori più allegri del solito. Rimane comunque un regista della realtà e della ricerca della verità e anche stavolta non si smentisce. Infatti il suo racconto di fatti quotidiani e ordinari è accompagnato da dialoghi che suonano autentici e gli attori scelti non hanno nulla di divistico, in primis la straordinaria protagonista Sally Hawkins, premiata per la sua interpretazione all'ultimo Festival di Berlino. Se il regista pedina la sua eroina come in un documentario, lo stile fa però una decisa virata verso il Free Cinema ed è davvero contagiosa la purezza che riesce a trasmettere, tra improvvisazione e libertà creativa. Un film che sa far ridere con intelligenza, senza tralasciare però attimi di riflessione.

La felicità porta fortuna
Titolo originale: «Happy-Go-Lucky»; Regia: Mike Leigh; Sceneggiatura: Mike Leigh; Fotografia: Dick Pope; Montaggio: Jim Clark; Scenografia: Mark Tildesley; Costumi: Jacqueline Durran; Musica: Gary Yershon; Produzione: Film4, Ingenious Film Partners, Summit Entertainment, Thin Man Films, UK Film Council; Distribuzione: Mikado; Interpreti: Sally Hawkins, Alexis Zegerman, Kate O'Flynn, Eddie Marsan, Andrea Riseborough, Sinead Matthews, Sarah Niles; Origine: Gran Bretagna; Anno: 2008; Durata: 118'.
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Madagascar 2
Il caso più unico che raro di un sequel, e in particolare di un film a cartoni animati, superiore all'originale per inventiva e vivacità. Tale è «Madagascar 2», seguito di un grande successo della DreamWorks di tre anni fa, che arriva adesso da noi dopo aver spopolato negli States. La squadra è composta nuovamente dal leone Alex, dalla zebra Marty, dalla giraffa Melman e dall'ippopotamo Gloria. Insieme vogliono far ritorno a casa nello zoo di New York, da cui erano scappati nel capitolo precedente. Ma l'aereo sgangherato che li trasporta si schianta in mezzo alla savana. Qui i nostri, in quello che sarebbe il loro habitat naturale, riscoprono le radici e incontrano i propri simili.
Dunque è una sorpresa questo sequel che con spirito, vivacità e gag intelligenti ripropone il tema della contrapposizione tra civiltà e vita allo stato selvaggio coinvolgendo a più riprese. A convincere è in particolare una comicità che è meno aggressiva e grossolana che nel prototipo e privilegia l'
invenzione e la parodia. L'animazione in digitale è particolarmente curata e a contraddistinguerla sono colori ricchi, finanche radiosi.

Madagascar 2
Titolo originale: «Madagascar: Escape 2 Africa»; Regia: Eric Darnell, Tom McGrath; Sceneggiatura: Etan Cohen; Montaggio: Mark A. Hester; Musica: Hans Zimmer; Produzione: DreamWorks Animation; Distribuzione: UIP; Origine: Usa; Anno: 2008; Durata: 89'.
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The Millionaire
Capace di spaziare tra i generi, Danny Boyle è qui ancora più versatile del solito e, dal momento che Hollywood guarda con sempre maggior interesse a Bollywood, eccolo compiere una fusione tra questi due mondi. Il suo «The Millionaire», successo a sorpresa di pubblico e di critica negli Usa, racconta una storia di formazione e di riscatto sociale, che a spunti realistici ne alterna altri più fiabeschi e romantici. Jamal Malik è un diciottenne di Mumbai, che sta partecipando alla versione indiana di «Chi vuol essere milionario?». È arrivato all'ultima domanda, quella che gli consentirebbe di vincere una cifra incredibile: 20 milioni di rupie. La polizia però lo crede un imbroglione. Ma in realtà le risposte alle domande del quiz gli sono state suggerite da eventi cruciali della sua infanzia passata tra le baraccopoli, che ci sono narrati in flashback. È poi la speranza di ritrovare la ragazza che ama ad averlo spinto a partecipare al programma.
Versione riveduta e corretta di un romanzo d'appendice con tratti dickensiani e neorealistici in salsa Bollywood, il film è abilissimo nel miscelare i toni, è coloratissimo, ritmato, con un montaggio virtuosistico e uno stile che non ha paura di eccessi spacciati per creatività (ad esempio inquadrature deformate e distorte). La pellicola è però soprattutto un perfetto esempio di prodotto accattivante, furbo e ricattatorio, che manca di quella spontaneità che sarebbe stata invece basilare nel raccontare un Paese carico di contraddizioni come l'India. Il film non sembra fino in fondo sincero e il balletto finale alla stazione, che accompagna in maniera sopra le righe i titoli di coda, non fa che confermare questa impressione.

The Millionaire
Titolo originale: «Slumdog Millionaire»; Regia: Danny Boyle; Sceneggiatura: Simon Beaufoy; Fotografia: Anthony Dod Mantle; Montaggio: Chris Dickens; Scenografia: Mark Digby; Costumi: Suttirat Anne Larlarb; Musica: A. R. Rahman; Produzione: Celador Films; Distribuzione: Lucky Red; Interpreti: Dev Patel, Anil Kapoor, Freida Pinto, Irfan Khan, Madhur Mittal, Ayush Mahesh Khedekar, Azharuddin Mohammed Ismail; Origine: Gran Bretagna/Usa; Anno: 2008; Durata: 120'.
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Come un uragano
Nicholas Sparks è uno che sa scrivere "Le pagine della nostra vita". Molti ricordano ancora quel film tratto dal suo best seller "The Notebook" che raccontava l'epopea d'amore tra Rachel McAdams e Ryan Reynolds, e probabilmente a stento, ancora adesso, trattengono la lacrima. Alla regia c'era Nick Cassavetes che dal padre John ha preso pochi pregi, uno dei quali però è una sensibilità per il melodramma sentimentale molto spiccata. Ma se il re degli amori immensi, impossibili e infine infranti (le tre i) trova invece ad adattarlo per il cinema un buon regista televisivo, a nulla vale neanche una coppia di vecchi leoni come Richard Gere e Diane Lane. Per la terza volta insieme, dopo aver vissuto Un amore infedele, si ritrovano per caso nella stessa casa ai confini del mondo, con le loro depressioni, errori e solitudini. Hanno il cuore in tempesta e un uragano (vero) in arrivo, si aiuteranno l'un l'altro, lei salverà lui dal perdersi definitivamente. Ma chi conosce Sparks sa che non è finita qui. Tra lettere d'amore e scene molto calde- i due, a sessant'anni, sono ancora bellissimi- a vincere non è la commozione o il coinvolgimento ma una noia implacabile, non aiutata da una regia nei momenti migliori solo diligente. I nodi alla gola si sciolgono in fretta, le svolte narrative sono scontate e a senso unico, neanche le lettere finali risollevano il tutto. Per coppie più o meno giovani sdolcinate e già innamorate.

Come un uragano
di George C. Wolfe
con Diane Lane e Richard Gere
in sala dal 19 dicembre


Ember- Il mistero della città di luce
E' forse il più classico dei film di Natale di quest'anno. In sale cinematografiche che accolgono cinepanettoni e film inquietanti, questa fiaba di Gil Kenan, già autore del divertente Monster House e ragazzo prodigio dell'industria di cine-intrattenimento (ha solo 32 anni), assolve al suo compito di rassicurante e divertente scivolo verso il 25 dicembre, e probabilmente oltre. Protagonista assoluta quella Saoirse Ronan, classe '93, che aveva stupito tutti nel melodramma Espiazione e che ora sullo schermo riconquista la sua età – è una sorridente quindicenne- in una città bizzarra che vede come sindaco un imbolsito Bill Murray. Metropoli particolare, interrata e chiusa dentro un contenitore, con un giorno all'anno in cui i giovani vengono assegnati a mansioni più o meno improbabili, dal sorvegliare le tubature sempre più difettose al consegnare messaggi (la nostra eroina), sorta di sms arcaico e orale. La piccola è orfana e discendente di uno dei reggenti del passato, ha a casa una scatola antica e misteriosa e una voglia matta di mettere la testa fuori dalla sua città. La corsa contro il tempo di due adolescenti puri, di un padre che ritrova il figlio e se stesso (Tim Robbins), di governanti adulti e corrotti non aggiungono nulla al genere "nerd che salvano il mondo", ma tiene compagnia e diverte. Buona regia, belle scenografie, voto sei. Come il limite d'età massimo per poter apprezzare a pieno il film.

Ember- Il mistero della città di luce
di Gil Kenan
con Saoirse Ronan, Harry Treadway, Bill Murray, Tim Robbins, Martin Landau
in sala dal 19 dicembre


Il cosmo sul comò
Aldo, Giovanni e Giacomo. I bulgari, gli arbitri, Tafazzi, Dracula. Sketch diventati leggenda, così come i loro film, la loro capacità di far ridere con intelligente spensieratezza, utilizzando ogni parte della loro anima da bambini giocherelloni e dei loro corpi (Aldo e Giovanni sono anche ottimi mimi). Insieme ad Ale e Franz sono gli unici comici televisivi che, approdando al grande schermo, hanno saputo cambiar marcia e a fare film veri, e non spettacoli catodici mascherati. Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Chiedimi se sono felice sono piccoli gioielli, La leggenda di Al, John e Jack un bell'esperimento, Tu la conosci Claudia ottimo intrattenimento. E così, dopo il film di montaggio teatrale Anplagghed era inevitabile che ci fosse una grandissima attesa per il loro ritorno al cinema di finzione. Delusa, purtroppo, da un film a episodi macchinoso che suscita un'ilarità intermittente e mai entusiasta. Tre saggi meditabondi (il maestro Tsu Nam, i discepoli Puk e Pin) segnano con gag e un gong l'alternarsi degli episodi, da L'autobus del peccato che vede un prete, un "perpetuo" e un giovane innamorato (di una luminosa Isabella Ragonese) trovarsi per le mani un tesoro immeritato, alla bella prova tecnica di Falsi Prigionieri, in cui sono rinchiusi dentro dei quadri, o meglio delle croste veramente false. Citazione di Carlo Verdone l'episodio vacanziero Milano Beach (Giovanni Storti sembra il Furio di Bianco, Rosso e Verdone), l'episodio riuscito meglio è quello più lontano dalla comicità del trio, Temperatura basale, storia di una coppia che vuole un figlio. Tanto, forse troppo. Segno di maturità (è il più narrativo e difficile, il meno fisico) o forse di stanchezza, ai prossimi film l'ardua sentenza. Unica nota positiva, Marcello Cesena (lo Jean Claude di Mai dire gol che presto porterà il suo Sensualità a corte anche al cinema): dagli effetti speciali all'entrata in un San Siro vuoto, si mostra come regista capace e tecnicamente padrone del mezzo. Un buon acquisto.

Il cosmo sul comò
di Marcello Cesena
con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Sara D'Amario, Silvana Fallisi, Victoria Cabello


La duchessa
Un altro film in costume. Da una televisione- quella dei telefilm, ovvio, non dei quiz o reality- che negli ultimi anni ha offerto idee, attori e formule innovative, il cinema si appropria dell'unico (o quasi) difetto: la serialità. E' anche vero che senza corpetti, vestiti sontuosi e storie di aristocrazia sfortunata e sfacciata Keira Knightley la vedremmo molto poco sul grande schermo, e sarebbe un gran peccato, artistico e non solo. Ma questo non ci impedisce di chiederci perché Saul Dibb e i suoi decidano di spendere tempo, denaro e talenti per la storia di Georgiana Spencer (nessuna omonimia casuale, è proprio un'antenata della compianta Lady Diana), moglie infelice, vittima della società bacchettona, delle rigide regole dell'alta società e di un romanticismo parossistico e assoluto. Difficile non vederci la Marie Antoinette di Sofia Coppola, esteticamente ed eticamente ben più coraggiosa, mixata a una versione castigata e moralista dei Tudor del piccolo schermo. Con la fastidiosa impressione che si voglia sfruttare in qualche modo anche la storia recente delle teste coronate britanniche, scavando in un dolore collettivo e un po' fanatico con un personaggio somigliante in modo inquietante a Diana Spencer. Detto questo, il film è comunque godibile, gli amanti del genere ci ritroveranno un saggio del meglio (regia, scenografie, recitazione) delle perversioni di corte: triangoli pericolosi e morbosi, la classica migliore amica, Bess, che corrode felicità, matrimonio e serenità. E ancora un figlio "bastardo", un esilio, una Charlotte Rampling come sempre eccellente e molto altro ancora. Forse vi divertirete, ma non potrete non interrogarvi sul carattere velleitario di un progetto già vecchio alla nascita. Sapesse Duchessa…

La duchessa
di Saul Dibb
con Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominic Cooper
dal 24 dicembre in sala


Lissy, principessa alla riscossa
Le miniere d'oro prima o poi si esauriscono, è un insegnamento che persino Paperon De' Paperoni dava sul suo amato Klondike. E lo stesso vale per il cinema: quando una ricetta funziona la si cucina all'infinito, cambiando qualche ingrediente. Remake, prequel, imitazioni, saghe. E, ultime cronologicamente e, spesso, per importanza (non ci sono più i Mel Brooks di una volta) le parodie. Shrek, ad esempio, era (è) una riscrittura parodica e irriverente di tutto l'universo favolistico occidentale. Lissy, ultima arrivata, è una principessa racchia rapita da uno Yeti che ha fatto un patto col diavolo. Ed è la parodia della parodia, chiaramente ispirata all'orco verde. Un pastrocchio a tratti imbarazzante: il tratto è grossolano e la sceneggiatura si lancia in un linguaggio troppo ardito e in battute che, pur senza parolacce, superano il limite di volgarità consentito a un pubblico di minori di 10 anni. Il target sembra quello anche se poi rimandi e, appunto, frecciate fin troppo maliziose richiamano l'attenzione di adulti che sarebbero però condannati alla noia dopo pochi minuti delle fiacche peripezie della principessa e dei suoi "spasimanti". Un gran peccato, perché i cartoonist tedeschi, pur mostrando ancora problemi nell'animazione e nei disegni, erano cresciuti molto negli ultimi anni. L'aspetto positivo viene dall'Italia: il talent scelto per dare la voce a Lissy, infatti, è Lorella Cuccarini, che offre un'interpretazione attenta e accurata, modulando una voce buffa e gracchiante. Un solo dubbio ci attanaglia: la sua è bravura o timore, dopo aver visto il film, che potesse essere riconosciuta?

Lissy, principessa alla riscossa
di Michael Herbig
doppiato da Lorella Cuccarini
in sala dal 2 gennaio 2009


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