A cento anni di distanza dal terremoto-maremoto di Messina e Reggio Calabria vi è una sola certezza: se tornasse sarebbe una tragedia ancora maggiore. La catastrofe che è costata la vita a centoventimila persone non è servita neppure a ridurre il rischio che la carneficina si ripresenti, anzi. Negli anni le regole antisismiche non sono state rispettate, le aree pericolose sono oggi ancora più popolate e anche le misure di allerta e educazione della popolazione in caso di maremoto non sono state messe a punto. Sono «in corso di progettazione», come nelle altre zone a rischio d'Italia.
«La possibilità che in tempi brevi, anche una decina d'anni, avvenga un terremoto nella zona di Reggio Calabria – in un'area di trenta chilometri a cavallo dello stretto – è reale. È probabile che accada entro venticinque anni. Non è detto che sia della stessa intensità di quello di un secolo fa. Potrebbe essere minore o anche maggiore» afferma Annibale Mottana, geologo dell'università di Roma Tre e accademico dei Lincei.
«Dopo che, nel 1783, durante il terremoto che precedette quello del 1908, le scosse rasero al suolo Messina e Reggio Calabria, i Borboni presero una decisione saggia - racconta Mottana –: suggerirono che le costruzioni fossero fatte con un sistema di travi riempite, una specie di metodo antisimico dell'epoca. Ma i messinesi vollero ricostruire i palazzi che fronteggiavano il porto (detti la Palazzata) e lo fecero con le pietre. Nei 50 anni successivi fu dimenticato il sistema di costruzione borbonico e le nuove case della media borghesia vennero edificate secondo il metodo tradizionale. Queste e la Palazzata crollarono nel sisma di cento anni fa. I borghesi morirono più dei poveri. Ciò nonostante, dopo il 1908 i parlamentari locali riuscirono a imporre di ricostruire, e oltretutto senza curarsi delle norme antisismiche. Non solo, quando la città crebbe, per realizzare le vie che dalle autostrade portano al centro furono semplicemente riempite le fiumare che scendono dai Monti Peloritani. Nulla impedisce che queste coperture saltino in caso di terremoto, o che vengano invase dall'acqua. Tagliando così le principali vie di fuga».
«È la classica situazione italiana: un'infinità di leggi molto buone, che sono rispettate per qualche anno e poi ignorate» continua l'accademico dei Lincei. «Nel 1909 fu emanata una modernissima normativa sismica che introduceva criteri di progettazione (per esempio il cemento armato) e la limitazione in altezza degli edifici – gli fa eco Mauro Dolce, direttore dell'ufficio sismico della Protezione civile –. Ma nel tempo le regole furono ridotte, sono state costruite zone prima disabitate, si è edificato sulle macerie o in aree instabili e di fatto non si è più posto un limite all'altezza delle case, che arrivano anche a sette piani. Solo negli ultimi 5-10 anni sono state introdotte nella normativa le moderne regole antisismiche. In questa zona il rischio è purtroppo elevato».
«Abbiamo raccolto un gran numero di informazioni sui luoghi dove arrivò l'acqua e sulla sua altezza, le abbiamo "spalmate" su una mappa del territorio e abbiamo visto che la costa interessata dal maremoto è oggi più abitata di allora. Non è solo abusivismo edilizio. Molte case hanno i permessi. È mancata la pianificazione territoriale» spiega Eutizio Vittori, responsabile del Servizio rischi naturali dell'Ispra (Istituto superiore per la ricerca e protezione ambientale).
Se sul fronte del terremoto è oramai difficile intervenire, più facile sarebbe ridurre i danni di una grande onda. «Le coste italiane sono a rischio maremoto – afferma Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e geologia (Ingv) – : per esempio quella pugliese o della Sicilia meridionale, lo stretto di Messina. Abbiamo fatto una classificazione delle aree a rischio».
Se il fenomeno che innalza l'onda avvenisse vicino alla costa ci sarebbe ben poco da fare: l'onda arriverebbe troppo presto per permettere alla popolazione di fuggire, ma se arrivasse da lontano, per esempio dalla Grecia, ci sarebbero 30 minuti per evacuare la zona. «Per reagire in tempo dobbiamo monitorare le sorgenti di un possibile maremoto, ovvero frane e terremoti», spiega Bernardo De Bernardinis, vice capo dell'area operativa della Protezione civile che usa le informazioni di stazioni sismometriche gestite dall'Invg e da altre istituzioni quali le università.
Ma un sistema di allerta tzunami come quello che si vede sulle coste della Thailandia (allarmi sonori, cartelli con segnalate le vie di fuga, educazione della popolazione) ancora in Italia non c'è. «In collaborazione con altri Paesi europei stiamo sviluppando un piano di emergenza per le coste a rischio, esattamente come abbiamo fatto a Stromboli» spiega De Bernardinis. Nelle Eolie infatti c'è un sistema di monitoraggio per allertare la popolazione, istruita sul da farsi, attraverso sirene. «Contiamo di essere pronti entro un anno», assicura De Bernardinis.
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