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«A causa delle distanze ridotte il concetto di early warning nel Mediterraneo perde un po' di significato» osserva Gianluca Valenzise, sismologo dell'Ingv, che con Manuela Guidoboni ha curato un volume scientifico «Il terremoto e il maremoto del 28 dicembre 1908», un'opera di 800 pagine pubblicata dall'Ingv che contiene contributi di 35 ricercatori di varie discipline. «La prevenzione e i sistemi di allarme dovrebbero comunque essere previsti. Anche se dovessero servire a salvare una sola vita umana» afferma Mottana. «In Italia è preponderante il rischio sismico e idrogeologico, non quello di maremoti», ci tiene a rilevare Dolce: l'80% del patrimonio edilizio non è antisismico. E anche solo l'educazione della gente è importante: «Nel 1908 la popolazione spaventata dal terremoto scappò verso le zone aperte, cioè anche verso il mare, e il maremoto fece ancora più vittime» dice Dolce. «È assurdo che i bambini inglesi, dove non ci sono scosse da secoli, sappiano come comportarsi in caso di terremoto e in Italia i ragazzini abbiano le idee molto confuse» afferma Vittori. «Tutti i grandi terremoti italiani non sono frequenti, rispetto per esempio a Giappone o California. Nel nostro Paese ci sono molte faglie, ma gli spostamenti non sono veloci e questo fa sì che i tempi di ritorno di una scossa violenta siano lunghi» dice Valenzise. Come da copione, la commedia all'italiana prevede che s'incrocino le dita, si tocchi ferro e si invochi la dea bendata.