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Così mio padre imparò la morte

di Alessandro Quasimodo

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14 dicembre 2008

Mio padre a sette anni è a contatto quotidiano con la morte. Questo è stato il terremoto di Messina per Salvatore Quasimodo. Il nonno, ferroviere, era stato mandato a riattivare la stazione locale, in un momento in cui non esistevano nemmeno i binari. Vivevano accampati nei vagoni, come profughi, senza luce e senz'acqua corrente. Mio padre ha incontrato una realtà così tragica nell'età mitica dell'infanzia. Un'età che gli è stata sottratta: ha dovuto diventare adulto. La morte nel primo periodo dopo la sciagura era una presenza costante. La città era isolata, migliaia di persone perivano per le conseguenze della mancanza di igiene. E non solo. Proprio nello spiazzo di fronte alla stazione dove abitava la famiglia Quasimodo venivano uccisi coloro che erano sorpresi a rubare tra le macerie delle case abbandonate. Fucilati così, senza un processo, di fronte agli occhi di Salvatore, ancora bambino. I ricordi di mio padre legati al terremoto sono tristezza, privazione e miseria. Un sentirsi defraudato della vita, di "qualcosa" che gli apparteneva, «devi crescere, devi bruciare le tappe» diceva l'immane tragedia. Migliaia di persone sono state derubate e non hanno potuto pretendere nulla indietro.
Quasimodo ha cominciato a scrivere poesie a 10 anni, dopo 3 anni dal terremoto. Perché al di là della catastrofe iniziale lo strazio è predurato nel tempo. Io da attore penso al Teatro Vittorio Emanuele, chiuso con la rappresentazione dell'Aida il 28 dicembre 1908, è stato riaperto negli anni '80. La mancanza si attesta su tempi lunghi: per il teatro il trono è stato vacante per 76 - 77 anni, mentre in via della Croce Rossa le baracche costruite per sostituire le abitazioni spazzate via ci sono ancora. E questo senso di vuoto, di tragedia, si capisce leggendo la produzione di mio padre.
Le poesie giovanili, di cui sono andato a caccia fin dagli anni '70 - quando lo zio di Giorgio La Pira, Luigi Occhipinti, mi ha donato un quaderno di 23 poesie custodito con cura dal nipote - sono tutte estremamente drammatiche. Nel 1915 quando scrive la lirica Visioni autunnali ha 14 anni. Lo scritto è stato conservato per circa quarant'anni da Giuseppe Raneri, un suo compagno di classe all'Istituto Jaci che era riuscito a ottenerlo corrompendo il fratello più piccolo di Salvatore. Ebbene così nella poesia Quasimodo descrive il tramonto: «Riverberi di vespro/sanguinolenti come carne/ macellata da poco.» Ecco questo ragazzino che guarda al tramonto e non vi vede il rosso del fuoco o dell'amore, ma sangue di morte.
Il ricordo dei tempi del terremoto è desolazione assoluta. Racconti agghiaccianti della gente che era sfuggita dalle proprie case andando sulla riva del mare, credendo di stare al sicuro: il maremoto si è portato via decine di migliaia di persone. E quelli che son rimasti è come se fossero tagliati fuori dal mondo. Certo, ci sono episodi confortanti scritti nella memoria collettiva, come il gesto generoso della Regina Elena che si mise a fare la crocerossina, ma la privazione era su tutti i fronti. Era impossibile nutrirsi adeguatamente, c'era il pericolo di mangiare e bere sostanze contaminate, ecco allora nella poesia Al padre l'immagine delle «mele disseccate a ghirlanda», un nutrimento "sicuro".
Nel vuoto totale, però, c'è stata la scuola. Gli insegnanti dell'Istituto per geometri erano Francesco Satullo, Federico Rampolla del Tindaro. Intellettuali che facevano leggere a questi "malcapitati" Dostoevskij, Agostino, i poeti francesi. Il vuoto si riempì di letteratura. Penso che anche oggi stupirebbe il lavoro di quei professori, figuriamoci all'epoca. Figuriamoci se poi i "malcapitati" si chiamavano Giorgio La Pira, Salvatore Pugliatti e Salvatore Quasimodo. Ma, nonostante il talento e le passioni letterarie, certamente c'era in mio padre un sentimento molto singolare per un ragazzino, non c'era ingenuità, ma una coscienza sociale molto forte. Forse dettata da quella assenza di tutto, per giorni e giorni.

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