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Quel giorno a Hiroshima il mondo scoprì il terrore dell'atomica

di Marco Innocenti

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Domenica 07 Settembre 2008
Cronologia
Dopo la strage un atomo di pace

Nel suo diario Harry Truman, presidente degli Stati Uniti, scrive: «25 luglio 1945. Abbiamo scoperto la bomba più terrificante nella storia dell'umanità. Sembra la cosa più terribile ma si può fare in modo che diventi la più utile».
Che cosa è e come nasce quella «cosa terribile che potrebbe diventare la più utile»? È il frutto dello sforzo americano per vincere una guerra totale. Progetto Manhattan è il nome dato all'imponente impiego di risorse umane, intellettuali e materiali che Washington predispone per arrivare prima della Germania nazista alla conquista del potere nucleare e utilizzarlo come arma vincente.

Il 2 agosto 1939 Albert Einstein invia, in collaborazione con Leo Szilard, una lettera al presidente Roosevelt, informandolo sul rischio che Hitler possa giungere in tempi brevi all'atomica e invitandolo ad avviare un programma di ricerca. I tempi non sono brevi. Solo nell'estate del '42 parte il progetto Manhattan, affidato al generale Leslie Groves e al fisico Robert Oppenheimer. Il 2 dicembre un gruppo di ricercatori guidato da Enrico Fermi sperimenta la reazione nucleare a catena e all'inizio del '43 inizia lo studio delle modalità costruttive dell'atomica, con un ruolo rilevante per Edward Teller, il futuro padre della bomba all'idrogeno.

Gli americani si muovono "all'americana". Gli investimenti sono massicci: più di due miliardi di dollari, con la costruzione di tre complessi di ricerca, vere e proprie città laboratorio, a Los Alamos, Hanford e Oak Bridge. Centomila persone vengono impiegate nella ricerca di base e nei lavori cantieristici. Il primo esemplare di bomba al plutonio viene fatto esplodere in un test nel New Mexico, il 16 luglio 1945, a capitolazione tedesca avvenuta. Tutto è pronto per colpire il nemico. E il nemico superstite è il Giappone.

L'Enola Gay decolla alle 3,20 del 6 agosto da Tinian, minuscola isola nell'arcipelago delle Caroline mentre la notte trascorre placidamente nel suo bagno di luna. L'operazione ha un nome da brivido: si chiama «Sgancia la prima bomba atomica». Truman vuole chiudere la guerra in fretta e lanciare un duro segnale a Stalin: «Procedete come previsto – ha detto – per il giorno 6». E il 6 agosto è arrivato, pieno di sole, ideale per i bombardieri. I ricognitori trasmettono un messaggio incoraggiante: cielo chiaro, visibilità illimitata. Il B29 con i colori americani vola lungo un lieto mare estivo e giunge su Hiroshima alle 8 del mattino. La città si stende nitida tra la pianura e la foce del fiume. Un bersaglio perfetto, disegnato dal dio della fortuna.

L'Enola Gay è una superfortezza volante che porta un carico di morte ma lo esorcizza con un nome delicato, quello della madre del comandante, il colonnello Paul W. Tibbets. Nella pancia ospita un ordigno lungo tre metri, pesante quattro tonnellate e che nel cuore ha 62 chili di uranio 235. Lo chiamano Little Boy (Ragazzino), come fosse un gadget, un giocattolo. O un compagno d'infanzia, rimasto in una nicchia della memoria.

È una mattina di ordinaria guerra e il Giappone, ferito, si muove nervoso come una formica senza meta. La gente di Hiroshima non si aspetta l'attacco, non sa che Washington ha deciso di fare della città un immenso animale da laboratorio su cui sperimentare il farmaco che avrebbe debellato la guerra. Pensa, vedendo arrivare gli aerei nemici, che siano dei ricognitori. Non vi sono obiettivi militari, non viene dato neppure l'allarme. La città si offre indifesa ai suoi carnefici.

Tibbets controlla gli strumenti e, con calma, dà il via. Dal portellone sotto il ventre dell'aereo Little Boy precipita a muso in giù. Gli orologi di Hiroshima segnano le 8,15 quando l'atomica scoppia in una palla di fuoco. Little Boy porta l'inferno, polverizzando ogni cosa. Un chiarore bianco, accecante scaturisce dal cuore della materia e una città si trasforma in un immenso cimitero. La vita è cancellata. Un lugubre fungo alto 15 chilometri si innalza verso il cielo. Sotto si scatena una tempesta gonfia di morte: centomila esseri umani si dissolvono lasciando le loro ombre su pietre vetrificate, i feriti corrono impazziti, martoriati dal fuoco, il terrore è ovunque come una bestia feroce, interi quartieri si afflosciano come castelli di carte. I genitori tengono in braccio i figli morti, i figli piangono accanto ai cadaveri dei genitori. Tutto è finito, arso, smaterializzato. La luce, poi il cielo che sparisce, il crepuscolo, la scia mortale, la disperazione, il ricordo. Altri centomila esseri umani moriranno di radiazioni.

Hiroshima era una città, ora è qualcosa di indefinito e fumante. Quando la nube si disperde, sotto l'Enola Gay appare lo scheletro di una città morta. «Dio mio, cosa abbiamo fatto», esclama il secondo pilota, il capitano Robert Lewis. Anni dopo al colonnello Tibbets verrà chiesto se avesse avuto dei rimorsi. Risponderà con voce ferma e asciutta: «No, era un ordine, lo rifarei. Non sono orgoglioso di avere ucciso centomila persone, ma la notte dormo lo stesso». «Nella guerra non c'è moralità», preciserà il colonnello diventato generale, prima di lasciare l'Air Force. «Ci sarà sempre un Tibbets – scriverà qualcuno – fra i vincitori o fra i vinti». «Fratelli e sorelle vigilate – dice "The Song of Hiroshima" – che non venga mai la terza bomba atomica».

  CONTINUA ...»

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