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Joachim Fest, «Dialoghi con Albert Speer»

di Marco Innocenti

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27 gennaio 2009

"Un vero signore, elegante, distinto, terribilmente borghese", disse di lui Eugen Dollmann, l'uomo di Himmler a Roma. "E' l'amore infelice del Fuehrer", amava ripetere Hermann Goering, scherzando ma non troppo. "Un genio e un autentico criminale", fu il giudizio di Hugh Trevor Roper. "Uno dei più efficienti cervelli organizzativi del nazismo", fu l'accusa a Norimberga. L'accusa contro Albert Speer, l'architetto di Hitler, lo scenografo del nazismo, il dittatore dell'economia di guerra, il grande pentito del Terzo Reich. Personaggio ambiguo, sfaccettato, enigmatico, controllato ma attraente, freddo ma affascinante, Speer fu uno dei grandi talenti della Germania nazista. Negli anni Trenta creò la liturgia del monumentale in cui la parola del Fuehrer si confondeva con la voce delle pietre e diventava carne e sangue; nel 1942 organizzò il lavoro coatto, divenne il genio della pianificazione industriale e raddoppiò la produzione sotto le bombe; nel 1945 si dissociò dalla politica della terra bruciata e progettò di assassinare Hitler; nel 1946 a Norimberga fu l'unico a dichiararsi pentito. Ammise le proprie responsabilità, ma sempre con freddezza, con cinismo, da tecnocrate immorale che aveva contratto e consumato un patto col diavolo. Scontò vent'anni nel carcere di Spandau. Uscì, diverso, nel 1966. "Rimorsi?", gli chiesero. "Tanti", rispose. "Ricordo tutto e non vorrei ricordare nulla, ho fatto quello che ho fatto per il gusto del potere, il sapore più dolce che si possa gustare". E aggiunse: "Per un capolavoro, avrei venduto l'anima, come Faust".

Civile, educato, colto, privo dei tratti foschi e pittoreschi dei gerarchi nazisti, fu un uomo pragmatico, ambizioso, moderno, che mise a disposizione di un regime rozzo e brutale intelligenza e talento. La contraddizione fu il suo modo d'essere. La separazione della sfera privata da quella pubblica fu il suo alibi. Nelle sue categorie non ci fu posto per i princìpi. La sua logica fu l'indifferenza morale. Le sue emozioni furono l'arte, la bellezza e il potere. Fu un intellettuale al soldo del Male. Si sottrasse al lavoro sporco ma accettò un regime di iene e lo servì con fredda devozione, cancellando dal proprio vocabolario emotivo la parola pietà.

Questa è l'immagine del "favorito di Hitler" come emerge dai "Dialoghi con Albert Speer", di Joachim Fest, lo storico tedesco che, dopo Spandau, fece da consulente all'ex ministro nazista nella redazione della Memorie. La sensibilità di Fest, la sua esperienza, la capacità di rendere il personaggio fanno dei "Dialoghi" uno strumento importante per indagare nei misteri di una coscienza e scavare nelle motivazioni profonde di scelte individuali che fecero storia: illuminando un personaggio eccellente che realizzò gli ordini e i sogni di Hitler, ne fece il proprio idolo, ne subì lo straordinario potere di seduzione e lo sedusse sfruttandone la solitudine sentimentale in una latente attrazione erotica, lo identificò con la Germania per poi tentare di assassinarlo in un tardivo tentativo di riscatto. Un uomo contraddittorio, che morì nel 1981, al termine di una vita irrisolta.

Joachim Fest, "Dialoghi con Albert Speer", Garzanti, Milano 2008, pagg. 230, Euro 22

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