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Alla Biennale di teatro il Pluto di borgata con Popolizio regista

di Giuseppe Distefano

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24 FEBBRAIO 2009
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E' un idioma di natura coatta, un romanesco reinventato poeticamente, infarcito di latino, di neologismi e di citazioni a chiosa di una cultura popolare anni Cinquanta. Nato per la borgata romana di Tor Bella Monaca, il «Ploutos o della ricchezza» da Aristofane riscritto dalla coppia Ricci/Forte, trova il suo humus terrigno e visionario fra Pasolini e il Gadda del «Pasticciaccio brutto di via Merulana». E lo immette prepotentemente nella nostra attualità con ficcante, sulfurea intelligenza. Anzitutto di scrittura. Quindi di regìa. Quella di Massimo Popolizio, fra i migliori attori della nostra scena, qui al suo primo magnifico debutto. Egli dirige un esplosivo nutrito manipolo di attori professionisti e abitanti della periferia, inclusa una banda musicale, per dare voce alle disillusioni della povera gente uscita dal dopoguerra e proiettata verso il sogno del miracolo economico. Se il tema è il denaro come movente principale delle azioni umane, facile presagire cosa si può scatenare in chiunque quando si entra in possesso del «dioquattrino». Nel «Pluto» aristofanesco il povero ma onesto Cremilo, accompagnato dall'affamato servo Carione, si imbatte nel dio Pluto reso cieco da Giove. Egli agisce casualmente nel distribuire la ricchezza senza badare né ai virtuosi né ai disonesti. Cremilo si convince che occorre curarlo, di modo che egli renda ricco solo chi se lo merita, e così rendere il mondo migliore. Ma appare la Povertà, che ribatte agli argomenti di Cremilo sul fatto che senza indigenza nessuno lavorerebbe, perché tutti sarebbero ricchi. E il mondo finirebbe. Pluto, riacquistata la vista, trasforma i ricchi in poveri e viceversa sulla base della loro virtù. Ma coloro che perdono in un attimo i loro beni si lamentano ed esprimono il proprio rancore. Alla fine interviene Ermes per informare Pluto e Cremilo dell'ira degli dei, i quali non ricevendo più nessun sacrificio stanno morendo di fame. Ermes, allora, si offre di lavorare per gli uomini. Gremita di altri personaggi la satira si presta ad affondi sulla nostra classe politica, sulla corruzione, sulla smania vorace al consumo, catalogando disonesti, truffatori e arraffatori di ogni risma. La degenerazione politica, civile e culturale che ne deriva manifesta un senso di disillusione contemporanea, e la cognizione di una perdita dell'innocenza. Nel via vai proletario, comico e festaiolo, la scena si affolla di sedie, biciclette, scale; e, nel finale bandistico, una bailamme di lampadari, tappeti, radio e frigorifero in trionfo. Ma, in «sto tucatuca de consumo a rotta de collo – avverte in ultimo la Povertà riapparsa – io ve sto sempre appresso, nun ve mollo… E nun magnate troppo che poi ve puzza er fiato».

«Ploutos o della ricchezza», riscrittura di Gianni Forte e Stefano Ricci. Regia Massimo Popolizio, scene di Paolo Ferrari, costumi Gianluca Sbicca. Produzione Teatro di Roma. Al teatro Aurora di Marghera per La Biennale di Venezia, il 24 e 25 febbraio.

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