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L'irresistibile sopravvivenza dello spazio politico

di Carlo Galli

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2 marzo 2009

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Nel medesimo arco di decenni si sono manifestate anche le tre forme fondamentali della sinistra: i liberali che hanno innescato la rivoluzione, grazie all'armamentario teorico del razionalismo e dell'illuminismo, della laicità e dei diritti; i democratici radicali, col loro repubblicanesimo egualitario e moralistico (giacobino o mazziniano); i socialisti, nelle loro varie e spesso contrapposte famiglie: quelli che da Marx saranno definiti utopisti, i marxisti (destinati alla suddivisione interna fra rivoluzionari e riformisti), gli anarchici. Statalistica e individualistica, libertaria e autoritaria e anche totalitaria, centrata sulla spontaneità o sulla disciplina, pauperistica o produttivistica; industrialista o ecologista, bellicosa o pacifista, anche la sinistra appare costituire, allo sguardo storico, un universo pluralistico: è, quello della sinistra, un mondo di infinita varietà e di straordinaria plurivocità, che sul piano storico-pratico ha avuto e ha il gusto più della separazione che non dell'unione, della guerra fratricida che non della collaborazione utilitaristica.
Rispetto alla soggettività la sinistra si divide in due grandi famiglie: quella di coloro che considerano il soggetto precedente rispetto alla politica, dotato di una sua autonomia valoriale (i diritti individuali), e l'altra, di chi vede il soggetto stesso generarsi all'interno del processo dialettico delle lotte storiche per l'emancipazione (la soggettività collettiva del proletariato). E anche rispetto allo Stato l'ambiguità è forte: vi è chi lo interpreta come strumento dell'oppressione di classe, da contrastare con una forza collettiva non alienata qual è il partito, e chi invece di considerarlo un Leviatano da abbattere lo vede come mezzo per portare nella società un po' di giustizia. Anche la dimensione universale dello spazio politico, che accomuna in teoria tutta la sinistra – dai liberal ai noglobal passando per i diversi socialismi – è soggetta a molte e potenti eccezioni: vi è spesso una patria, una nazione, uno Stato, che incarna l'Idea, e che quindi ha la missione di propagarla nel mondo.
A rendere ancora più impraticabile ogni schematismo e più confusa ogni storia si devono ricordare i numerosi momenti di sovrapposizione delle critiche che da destra e da sinistra sono state mosse alle categorie e agli istituti in cui è realizzato l'assetto politico del capitalismo, tanto nella forma della liberaldemocrazia quanto in quella della socialdemocrazia. Benché logiche e intenti siano stati, com'è ovvio, differenti, la convergenza è stata notevole, e ha portato all'utilizzazione comune di interi set argomentativi. Basti pensare alle critiche di destra e di sinistra al parlamentarismo, o al loro convergere nella prima metà del XX secolo su alcune soluzioni organizzative, come la pianificazione, strumento per superare l'economia a base individualistica e i suoi esiti irrazionali: lo stesso fascismo (e anche il nazismo) pretendeva di realizzare in sé la sintesi – in senso antiliberaldemocratico – di destra e di sinistra.
All'insufficienza degli schematismi, all'ambiguità della storia, si aggiungerebbe poi la fluidità del presente che, crollato il comunismo, porrebbe secondo molti l'esigenza che anche in Occidente si vada oltre la destra e la sinistra (che nel caso specifico sarebbe la socialdemocrazia): entrambe, infatti, avrebbero perduto tanto il proprio fine quanto la catena delle soggettività e dei mezzi per raggiungerlo. La politica sarebbe stata caratterizzata da un Nuovo sostanzialmente omogeneo e non polarizzato, che sarebbe variato solo da sfumature, da (poco) diverse interpretazioni del medesimo spartito politico: indiscussa centralità del modo di produzione capitalistico, ma non del lavoro bensì dei consumi, della democrazia parlamentare pluralistica, e dei ceti medi, alla cui medietà culturale e sociale la politica avrebbe dovuto adattarsi come a un fattore strategico e strutturale, divenendo di fatto una politica «di centro». E di convergenze al centro, di superamenti della destra e della sinistra in nuove «terze vie», sono infatti piene le cronache culturali e politiche degli ultimi venti anni, pur con tutte le differenze riscontrabili nelle varie realtà politiche.
Ma poiché invece, come si è detto, la coppia destra/sinistra permane anche nella politica del nostro presente, si rende necessario l'esercizio di una decifrazione radicale delle categorie politiche della modernità, non certo per spiegare le concrete scelte politiche delle singole persone o dei soggetti collettivi o delle diverse forze politiche – scelte in larga misura contingenti –, ma per comprendere come siano potute nascere e perché siano così dure a morire le categorie di destra e di sinistra. Senza ricorrere a essenzialismi, a definizioni valide per tutte le epoche, si esige cioè dei concetti di destra e di sinistra una genealogia, condotta con gli strumenti e le categorie di una filosofia che non si limiti a riconoscere che il cleavage destra/sinistra ha senso in una topologia politica moderna (e non serve a spiegare la lotta fra Cesare e Pompeo, né quella fra Guelfi e Ghibellini) ma che risalga alla radice della vasta e contraddittoria fenomenologia delle destre e delle sinistre.
In verità, tanto la destra quanto la sinistra sono l'espressione del fatto che la politica moderna è strutturalmente indeterminata, che non conosce cioè un'unitarietà di impianti e di fondazioni. È insomma la stessa epoca moderna – proprio in quanto deve rinunciare alla tradizionale idea di Giustizia, ossia di Ordine dell'essere che è già anche ordine politico – a contenere originariamente la possibilità della destra e della sinistra.
  CONTINUA ...»

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