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L'irresistibile sopravvivenza dello spazio politico

di Carlo Galli

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2 marzo 2009

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L'età globale è caratterizzata dalla crisi della normatività del soggetto, dei suoi diritti, della dimensione del lavoro, dello Stato. Il tramonto della fabbrica fordista e del compromesso socialdemocratico; la nuova centralità dei consumi (la «svolta linguistica» nella politica) e della soggettività debole, polimorfa e plasmabile che ne consegue; lo stesso crollo dell'iper-normatività del comunismo: tutto ciò ha aperto un'epoca per molti versi postmoderna, in cui hanno vigenza assai problematica le distinzioni categoriali politicamente centrali della modernità – interno/esterno, pubblico/privato, norma/eccezione, pace/guerra. È un'epoca di spazi politici sfumati e incerti, in cui coesistono scale differenti – locali, statali, post-statali, regionali, universali, globali; è un mondo liquido, fluido, instabile, frammentato, insicuro, perché è sempre più attraversato da conflitti, paure, incertezze. In questo contesto la politica non si presenta secondo le coordinate ugualitarie di origine razionalistica e illuministica, e le istituzioni includenti dello Stato sociale, ma si struttura secondo molteplici contrapposizioni e esclusioni (di fatto o di principio) sempre cangianti: la differenza fra amico e nemico, fra occidente e islam, fra civiltà e terrorismo, fra cittadino e migrante, fra ricchi e poveri, fra istruiti e ignoranti, fra bianchi, neri e colorati. E lo spazio pubblico tende a presentarsi come casuale, come un assemblaggio di poteri sociali fondato sull'eccezione e sull'anomalia.
È in questo spazio politico amorfo e anomico che la destra ha trovato la sua occasione. Ben lungi dal voler ricostituire ordini del passato, immuni da nostalgie, le destre – sono infatti tutte all'opera, oggi, quale più quale meno a seconda dei diversi contesti politici statali: carismatiche e tecnocratiche, fondazionistiche e nichilistiche, personalistiche e razziste (o biopolitiche), nazionalistiche e localistiche – agiscono con spregiudicatezza dall'interno della pluralità e della complessità delle società contemporanee. Su cui intervengono con politiche che assecondano divisioni corporative e paure allarmistiche, risentimenti sociali e frammentazioni culturali, chiusure e esclusioni (o subordinazione) dei non-integrati. Organizzare provvisorie combinazioni gerarchiche delle differenze sociali, prospettare politiche contraddittorie – libertà del mercato (il neoliberismo, con la sua selvaggia potenza di mobilitazione) e libertà dal mercato (il neoprotezionismo colbertista, con la sua forza di stabilizzazione) –; far stare insieme la paura della concorrenza e del nemico con la speranza di vincere la lotta per l'esistenza o di scavarsi una nicchia protetta; esercitare l'individualismo egoistico mentre si coltivano identità collettive in comunità immaginate, col folklore o con le ronde volontarie che creano l'illusione che si possano ritrovare i territori e gli spazi sociali perduti; inventare un Altro minaccioso per scaricare su di esso le tensioni a cui non si dà una risposta razionale: tutto ciò significa che l'immagine di società che le destre promuovono non trova il suo centro in un progetto di emancipazione che abbia la propria norma nella uguale dignità dei diversi: la società, anzi, deve restare divisa nei differenti interessi e nelle variegate pulsioni che la dividono e la scompongono. E ciò avviene appunto perché la destra interpreta la realtà come ontologicamente instabile e anomica; le forme di unificazione e di stabilizzazione identitaria (la nazione, la religione, la comunità locale) che vengono offerte al livello simbolico sono in realtà tutte polemiche, organizzate sull'esclusione di un nemico, o sull'esorcisma di un fantasma.
È semplice interpretare in questa chiave la situazione politica italiana: la fine lentamente maturata della doppia conventio ad excludendum maturata fra il 1943 e il 1948 – il momento costituente della repubblica, prima antifascista e poi anche anticomunista – ha portato già quindici anni orsono a un governo in cui l'elemento normativo della politica, la soggettività repubblicana espressa dal nesso fra i partiti del Cln e lo Stato democratico-sociale, non era più l'elemento politicamente propulsivo. Nella ormai consolidata consumazione di tratti decisivi della modernità – nell'anomia sociale e nell'obsolescenza della differenza fra pubblico e privato – la destra gestisce con successo (elettorale, almeno) una politica gestita secondo le logiche dell'eccezione e dell'anomalia, nell'ottica della più piena plasticità del mondo: questo viene scomposto e ricomposto secondo molteplici possibilità combinatorie che fanno coesistere unità simbolica e frammentazione reale, populismo e oligarchia gerarchizzante, tradizione e postmodernità, razzismo e retoriche della solidarietà, duro comando politico e dissoluzione mediatica della realtà. Una complexio oppositorum resa possibile non solo dall'affabulazione carismatica del leader, ma dall'intima adesione delle destre all'instabilità del reale, alla nullità normativa delle persone e delle cose, e quindi ai rapporti di forza che di fatto nella società/natura si producono. L'immanenza che caratterizza la destra sta tanto nell'aderenza al mondo com'è quanto nell'illusione compensatoria – continuamente alimentata – di un sogno di potenza individuale e di gruppo, un sogno di prosperità e felicità che se fossero rimossi alcuni ostacoli (i «comunisti», i terroristi, i migranti, i magistrati, i «giustizialisti» ecc.) si potrebbe realizzare. E gli italiani, con ogni evidenza, maggioritariamente condivi dono la percezione del mondo come privo di regole che non siano quelle che sanciscono il successo comunque perseguito, la subordinazione dei meno abili, e l'esclusione dei diversi. Al più, si accede all'idea che sia cosa buona e edificante, ove possibile, lenire col balsamo della beneficenza e della compassione la dura Legge delle disuguaglianze.
  CONTINUA ...»

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