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L'irresistibile sopravvivenza dello spazio politico

di Carlo Galli

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2 marzo 2009

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Non necessariamente si deve dire che oggi il mondo è di destra; la vittoria di Obama negli Stati Uniti sta a smentire questa affermazione. Ma, soprattutto dall'esperienza italiana – singolare, certo, ma significativa –, è chiaro che in un mondo postmoderno la destra è naturalmente appaesata perché sa giocare con energia la percezione moderna dell'instabilità profonda del reale: è questo il motivo per cui è in grado, di fatto, di realizzare egemonia politica, sociale e culturale. Il suo pensiero sbrigativo intercetta il senso comune, e lo manipola, ma non lo trascende. Mentre al contrario la sinistra è in primis spaesata perché ogni sua affermazione è controfattuale, alludendo al mondo non com'è ma come dovrebbe essere, ed essendo priva di quasi ogni strumento teorico e politico – un'idea del rapporto fra teoria e prassi, il partito, lo Stato, il Welfare – per realizzare il proprio obiettivo: la costruzione di una forma politica orientata sull'intrinseca normatività del fiorire, in uguale dignità, dei singoli e dei gruppi, nelle loro concrete differenze (anche conflittuali, ma non distruttive). Il suo appello ai diritti, a quanto rimane dello Stato sociale, alla sfera pubblico-statuale, può suonare attardato e ineffettuale, ma in altri contesti e circostanze è sembrato più realistico e ragionevole delle fantasie della destra.
Insomma, il contesto postmoderno (o globale) trasfigura sia la destra sia la sinistra, e fa loro perdere le tradizionali identità e forme politiche; ma – benché entrambe traggano dalla modernità la loro ragion d'essere – non le rende obsolete come categorie della politica. E il passato non passa perché la moderna duplicità strutturale della politica, in sospeso fra anomia naturale e norma implicita nelle soggettività, non è sostituita da alcun terreno solido, da alcuna nuova Giustizia o da un suo equivalente funzionale che funga da metro, da misura, per nuove categorie della politica. Il mondo interpretato dalla politica oscilla ancora oggi fra la nullità dell'Ordine delle cose umane (oppure la difesa a oltranza di un Ordine sempre minacciato) e la percezione di un seme di norma che, come possibilità, sta nelle singolarità, se non nella loro essenza razionale almeno nella loro capacità di soffrire e nella loro volontà di vivere e di fiorire. Quindi, benché il mondo sia mutato, benché i problemi cambino e le soluzioni manchino, se le lenti categoriali restano queste, se la politica resta strutturalmente indeterminata, le destre e le sinistre continuano a contrapporsi; e compito strategico della destra continua a essere di inventarsi sempre nuove soluzioni ordinative, transitorie e anomale, a problemi e minacce che non sa e non vuole risolvere radicalmente; mentre compito strategico della sinistra non è solo aspettare che scoppi la bolla immaginativa della destra, ma perseguire una nuova egemonia, ovvero delineare una nuova catena di soggettività attive e di mezzi politici efficaci, e offrire una nuova visione del mondo, un quadro entro il quale trovino spazio le energie individuali e collettive, impegnate in un'emancipazione che può essere anche conflittuale ma non diseguale. Il che significa sia trovare un kairòs, un'occasione che legittimi un'altra impresa comune da perseguire, oltre lo Stato sociale, sia re-inventare gli strumenti intellettuali e istituzionali che rendano possibile, senza farne un salto utopistico, il passaggio dal mondo com'è al mondo come dovrebbe essere.
L'agenda delle sfide da affrontare, delle nuove linee della politica da intercettare, è impressionante: si tratta di confrontarsi con le nuove forme del rapporto fra universale e particolare, fra umanità e cultura, che si manifestano all'interno dello spazio politico dello Stato, oggi chiamato a ospitare differenze assai più eterogenee dell'antitesi fra capitale e lavoro; di declinare i diritti in modo fermo ma non essenzialistico-identitario, per non farne un'arma contro l'Altro, ma anzi per incontrarlo nella sua concretezza; di fronteggiare le biotecnologie e il loro ambiguo potenziale biopolitico, collocato fra i molteplici poteri che entrano nella nuda carne del vivente, a plasmarlo e a condizionarlo fino a assoggettarlo, e nuove opzioni di possibile espressione e liberazione delle soggettività; di gestire la ri-frammentazione dell'economia globale e di governare, in un nuovo ordine mondiale, la globalizzazione in un pluralismo di grandi spazi economici; di rivitalizzare la democrazia rendendola capace di affrontare i conflitti, e non solo di tentare di neutralizzarli in istituzioni rappresentative; di operare, servendosi dello Stato, il salto di scala (che la de-nazionalizzazione della politica sembra richiedere), che colloca (in parte) la politica oltre lo Stato, verso la federazione, o verso l'Impero; di leggere gli elementi di fluidità e di destrutturazione delle relazioni internazionali (dalla potenza delle corporations alle migrazioni al terrorismo) con aderenza realistica e con immaginazione creatrice; di decidere fra crescita e decrescita.
I punti di questa agenda vedono l'individuo, il capitalismo, la tecnica, la biopolitica, l'ambiente e le culture come i centri strategici di contraddizioni reali che si generano a livello globale ma che si colgono all'interno dello spazio locale dello Stato, e della sua residua capacità ordinativa. E se le risposte possibili alle sfide del presente vedranno ancora contrapporsi anomalia e norma, eccezione e legalità, autorità e libertà, dominio e autonomia, chiacchiera o propaganda e responsabile presa di parola, disuguaglianza e uguaglianza; se si porrà, anche in questi nuovi scenari, l'alternativa se la vita associata debba essere qualcosa di normativamente diverso da un coacervo di relazioni fra diseguali, o al contrario possa solo oscillare fra il caso e la necessità; se avrà ancora senso politico chiedersi se l'ultima parola debba spettare all'economia capitalistica che si presenta come un insieme di bolle e di crisi, o invece alla centralità e alla dignità delle soggettività; se il singolo – la sua vita, la sua riproduzione, il suo amore, la sua malattia, la sua morte – sarà ancora il campo di battaglia fra l'autorità minacciosa e minacciata e la libertà; ciò significherà che destra e sinistra avranno vita oltre il Moderno, che ne sono l'eredità che sopravvive nell'età globale. Quando la duplicità moderna della politica sarà consumata e impensabile, perché il terreno della politica sarà mutato e stabilizzato, e il suo spazio politico si sarà chiuso, oppure quando la politica strutturerà la propria indeterminatezza intorno ad altri assi categoriali (ad esempio, cristiani contro islamici, oppure inquinatori contro ecologisti), allora destra e sinistra non significheranno più nulla, come del resto è stato per quasi tutta l'esperienza storico-politica occidentale. Ma finché non saremo giunti a ciò, destra e sinistra continueranno a dire qualcosa di moderno sui nostri destini politici postmoderni.
  CONTINUA ...»

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