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Libri / Leaving Las Vegas: torna John O'Brien

di Giorgio Fontana

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25 giugno 2009

La principale esperienza dell'uomo"Credo che l’unica vera esperienza dell’essere umano sia la sconfitta", disse una volta Leonard Cohen. "Occasionalmente conosciamo un trionfo, raramente solleviamo la testa per salutare una vittoria. La vita è sconfitta, impotenza, ma non annullamento."
Sconfitta, impotenza. A quindici anni dalla sua morte, John O'Brien torna in Italia con una riedizione di Via da Las Vegas, originariamente tradotto da Feltrinelli nel 1994. Il romanzo narra una storia semplicissima nella sua bellezza: il breve amore fra una prostituta, Sera, e un alcolista allo stadio terminale, Ben. Sullo sfondo, la Las Vegas di fine anni Ottanta: con i suoi neon, i suoi bar, i suoi casinò, le sue camere in affitto e i suoi motel a basso prezzo.
Preparato da due capitoli dedicati a ognuno dei protagonisti — dove assistiamo alla vita quotidiana di una donna e un uomo ridotti ai minimi termini — l'incontro in sé non ha quasi nulla di speciale. Accade e passa, fra bevute colossali e timidi tentativi di salvezza, fino alla morte del protagonista maschile. Perché dunque ricordare un libro del genere, che rischia di sommarsi ai tanti che parlano di disperazione?

Niente salvezza, soltanto amore
Per un motivo ben preciso.
Il rischio di ogni racconto che fa propria la filosofia della sconfitta, è senz'altro l'estetizzazione. C'è qualcosa di straziante e bellissimo nella marea di falliti che O'Brien evoca — puttane, giocatori d'azzardo, protettori, e il flusso di perdigiorno che attraversa i bar di Los Angeles e Las Vegas. C'è qualcosa di quasi classico nella tentata e mancata redenzione reciproca fra un alcolista e una prostituta. Ma questa "più lucente corona di angeli", come la chiamava Rick Moody, rischia di brillare solo di luce riflessa se manca una buona dose di realismo. In altri termini, con una materia simile il passo verso la retorica è molto breve. Ma è per questo che il libro di O'Brien è unico. Perché ciò che preserva la forza emotiva delle sue righe, nonostante la cura maniacale dello stile e il talento straordinario per la descrizione, è proprio la sua verità.
"Niente trucchi", diceva Carver, e O'Brien legge questo vangelo con una sorta di innocenza disperata. Ben, l'alcolista radicale, non vuole essere affatto essere salvato dall'angelo-Sera. Vuole semplicemente l'oblio. Dice infatti al suo amore: "Non devi mai dirmi di smettere di bere", e Sera promette di non farlo. Non c'è catarsi nel mondo plumbeo della dipendenza: O'Brien è troppo cosciente per concedere speranza all'amore, e questo non per facile cinismo. Ma semplicemente perché tale è la realtà dei fatti.
Chi beve vuole solo bere, e l'angelo serve solo ad accendere una fiamma. È quanto basta, nella filosofia della sconfitta, a dimostrare che non tutto è vano sulla terra. Gli istanti di felicità vissuti da Sera e Ben valgono quanto un'intera vita: due anime perdute possono non esserlo, quantomeno, l'una per l'altra.

Cieli senza stelle
Flash forward. Nel 1994 O'Brien vende i diritti del suo libro a Hollywood. Da quando il cinema ha fatto la comparsa sulla terra, questo è il modo più spiccio per diventare famosi e sistemarsi come scrittori. Due settimane dopo, John si suicida. Torturato dall'alcol come il suo protagonista e uomo tragicamente irrisolto, si spara nello stesso anno in cui si spara Kurt Cobain. Ha trentaquattro anni e non lascia lettere.
Il film è un successo. Premio Oscar per Nicolas Cage, trasforma un romanzo uscito per una piccola casa editrice in qualcosa di planetario, pur rimanendo a modo suo "alternativo". Ma nonostante Cage (e soprattutto una Elisabeth Shue in stato di grazia), si tratta di un risultato piuttosto caricaturale. Fin dall'inizio si ha l'impressione che tutto sia in qualche modo troppo "hollywoodiano". Appunto troppo estetizzato per essere vero.
Le immagini restituiscono sempre qualcosa di straordinario: danno l'idea di una tragedia che non potrebbe accadere mai davvero. Basta pensare alla scena di Ben che cerca di sedurre al registratore la cassiera della banca, mentre tre comparse lo guardano fra il divertito e l'inorridito.
Niente di simile potrebbe accadere nel romanzo. Non così. Perché la grandezza di O'Brien è stata proprio questa: rendere l'incontro fra una prostituta e un alcolizzato come qualcosa che potrebbe tranquillamente accadere al nostro fianco. Come qualcosa di normale: e dunque così straziante.

"John ha avuto l'ultima parola"
"Alla fine Sera ritorna al letto di Al, stavolta nuda, e scopre che la propria indifferenza è cresciuta, la propria diffidenza è emersa del tutto, la propria arrendevolezza si è fatta divorante, come un cancro ormai cresciuto. Lo fa entrare dentro di sé come se fosse un cliente; forse il più grosso, il più cattivo cliente-padrone di tutti i tempi, ma comunque un cliente."
Uno scrittore, in fondo, si dovrebbe giudicare solo per ciò che ha scritto — e poco importa se quanto ha scritto si riflette perversamente nella sua esistenza o nella sua stessa fine. E un autore capace di stringere terrore e solitudine in frasi come queste dovrebbe essere ricordato a lungo.
  CONTINUA ...»

25 giugno 2009
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