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La voce di Herta Mueller contro la dittatura

di Andrea Casalegno

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9 ottobre 2009

«Cronista della vita quotidiana sotto la dittatura», Herta Mueller, scrittrice tedesca nata in Romania il 17 agosto 1953 ma dal 1987 esule a Berlino, ha vinto il Nobel 2009 per la letteratura: il tredicesimo alla lingua di Lutero (poco importa se, dal punto di vista nazionale, essi siano tedeschi, austriaci o svizzeri: patria dello scrittore è la lingua in cui scrive). Con «la concentrazione poetica» e «la concretezza» della sua prosa – si legge nella motivazione – Herta Mueller ha saputo raccontarci «i paesaggi dell'esilio», la vita del «senzapatria». E chiunque viva sotto una dittatura è senzapatria, tanto più se nato all'interno di una minoranza oppressa quale furono, e probabilmente sono, i tedeschi del Banato Svevo divenuti romeni dopo la Seconda guerra mondiale.

Ancora una volta è un Nobel prevalentemente politico, destino che accomuna gli ultimi Nobel di lingua tedesca: in parte almeno Günter Grass (1999), assai di più l'austriaca Elfriede Jelinek (2004) e ora la Mueller. Ma dal punto di vista politico allarga il cuore: premia infatti al tempo stesso una donna (la dodicesima: non molte per un premio assegnato quasi ogni anno dal 1901), un'inflessibile combattente per la libertà, perseguitata dall'infame Securitate di Ceausescu ben oltre il 1987, e l'esponente di una minoranza oppressa. Ma con questa minoranza e la sua realtà chiusa, gretta, soffocante Herta ha fatto i conti sino in fondo.

Cittadina rumena esule in patria perché né lei né i suoi amici hanno, sotto la dittatura, altra prospettiva che non sia la fuga o il suicidio (due forme diverse di morte, come «morte in vita» è ogni vita senza libertà), Herta vive da esule anche nel villaggio natìo. Figlia di un padre non soltanto nazista ma entrato nelle SS, Herta ripudia il passato e il presente della propria comunità: la sua eredità "culturale", i suoi pregiudizi, la sua miseria.

Una sola cosa non ripudia: la lingua materna. Non abbandona il tedesco per il rumeno, che pur padroneggia, laureata com'è in letteratura tedesca e rumena a Timisoara. Altrettanto fecero molti scrittori ebrei tedeschi che anche dopo la Shoah restarono fedeli alla lingua di Lessing e di Goethe. Corrotto bensì dai mostruosi neologismi del nazismo, il tedesco è stato riscattato, anzi, letteralmente salvato dai suoi scrittori ed è oggi più vivo che mai. Questo esprimono sia il titolo – La lingua salvata – del primo volume dell'autobiografia dell'ebreo Elias Canetti, Nobel 1981, sia la conferenza di Herta Mueller ai maturandi del 2001, che s'intitola «Patria sono le parole dette».

Qualcuno – così avvenne per altri Nobel, tra cui quello del 1997 a Dario Fo – obietterà che il premio letterario di maggior prestigio al mondo dev'essere assegnato non a valori politici ma a valori squisitamente letterari. Herta invece, possiamo riconoscerlo, è una testimone dell'ingiustizia e dell'oppressione prima e forse più che una scrittrice. Scrittori, però, ce ne sono tanti, grandi testimoni assai meno. Troppi sono periti tentando di resistere. La grande letteratura, del resto, non è tutta, a suo modo, testimonianza? E può una testimonianza essere efficace se non usa in modo magistrale la lingua che la esprime? Nella comunicazione il modo è tutto.

Ma del valore letterario di Herta Mueller noi italiani difficilmente possiamo essere buoni giudici, perché solo una minima percentuale della sua opera è stata tradotta, e anche di questa la maggior parte è ormai irreperibile. Sul mercato si trova solo Il paese delle prugne verdi, storia di quattro amici (una è la narratrice) nella Romania di Ceausescu, tradotto nel 2008 da Alessandra Henke per Roberto Keller, piccolo editore di Rovereto. Esaurita da tempo è la prima opera della scrittrice, i racconti raccolti in Bassure, apparsi in tedesco nel 1982 in Romania sconciati dalla censura di Stato, ripubblicati in edizione integra in Germania nel 1984 e tradotti da Fabrizio Rondolino nel 1987 per gli Editori Riuniti: racconti di eccezionale maturità per un'autrice di 29 anni.

Il linguaggio «concreto» della Mueller si innerva di metafore che nascono dalla vita quotidiana e illuminano gli oggetti con sguardo infantile; uno sguardo pieno d'angoscia, al quale la realtà appare gravida di minacce. «L'insalata cresceva rosso scura e ruvida e frusciava nei sentieri come carta. E le patate erano verdi e amare sotto la buccia e avevano occhi sprofondati nella carne». Speriamo che, sull'onda del Nobel e del grande successo ottenuto in Germania dal suo ultimo romanzo, Atemschaukel (L'altalena del respiro), apparso nell'estate 2009, si possa presto conoscerla meglio.

L'Accademia di Svezia ama stupire, si sa. Ma il Nobel per la letteratura all'illustre sconosciuto – quest'anno a Herta Mueller – è sport ormai trito. Non fa sorpresa. Tanto lo sappiamo: a Stoccolma sono interessati a questioni di geopolitica o di testimonianza o di impegno, quasi che scrivere bei romanzi e avere successo presso un pubblico più vasto degli esperti sia colpa grave. È questo che non funziona nelle spesso bizzarre scelte svedesi: le ragioni letterarie vengono sempre per ultime, si vince sempre in nome di qualcosa d'altro, mai in ragione della qualità letteraria. Magari è una strategia mediatica. Eppure chi 50 anni fa premiava Hemingway aveva visioni più larghe degli odierni membri politically correct. Il pubblico, però, la sa più lunga. E continua a leggere autori migliori di quelli usciti dal cilindro svedese. Dunque, forza, signori dell'Accademia! Entrate nel XXI secolo: non relegate il Nobel al ruolo di premio di provincia che vuol darsi arie. Il mondo vi guarda e ve lo potete permettere. Coraggio, coraggio. E letture piacevoli, ogni tanto. Per voi e per noi!

9 ottobre 2009
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