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Questa è l'Italia che si ricorderà

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Domenica 20 Dicembre 2009

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5) Infine "il caso Gomorra" segna l'affermazione nel mondo editoriale italiano della formula del megaseller. Cioè quel prodotto capace di concentrare il consumo di milioni di lettori intorno a pochi titoli diffusi in grandissime tirature. È un fenomeno interessante, anche se non privo di rischi. Allunga il raggio d'azione potenziale immediato dell'opera letteraria, ma al prezzo di una secca perdita dei "diritti" tradizionali un tempo garantiti dalla protezione del "campo letterario". La qualità letteraria (e intellettuale) perde capacità di penetrazione sociale e di influenza culturale se disgiunta dalla quantità mentre la quantità ne guadagna anche se disgiunta da qualsiasi qualità. Anche su questo piano, "l'evento Gomorra" rappresenta un caso virtuoso – e raro – di qualità letteraria influente in forza delle sue grandi quantità commerciali.».
(Testo raccolto da Stefano Salis)

MostreVenezia 2003: Biennale globalizzata Penso che l'evento più significativo sia stato la Biennale di Venezia del 2003, che sotto la direzione di Francesco Bonami ha visto la partecipazione dei più importanti curatori internazionali, da Catherine David a Hou Hanru ad Hans Ulrich Obrist, ognuno chiamato a elaborare la propria visione dell'arte e dell'idea di mostra nel 21º secolo.
Al tempo la critica è stata confusa da questa pluralità di voci, ma negli anni successivi è stata ben compresa l'importanza che questa mostra ha avuto nel ridefinire l'idea stessa della mostra di larga-scala in rapporto alla globalizzazione artistica.

ReligiositàWojtyla, la forza di chiedere perdono Al cuore anche cronologico di questo primo decennio del nuovo millennio si colloca un evento che è divenuto "parola", messaggio "urbi et orbi", alla città di Roma e al mondo intero: l'agonia e la morte di Giovanni Paolo II. Più parlante ancora dell'immensa folla che seguì i funerali – potenti della terra e semplici fedeli accomunati nel raccoglimento e nella preghiera –, più eloquente del libro del Vangelo posto sulla bara – con il vento dello Spirito che ne voltava le pagine e scompaginava i paramenti dei cardinali –, resta l'immagine del grido soffocato del papa affacciato alla finestra del suo studio pochi giorni prima: il volto dell'agnello reso afono che testimoniava fino all'ultimo il desiderio di proclamare la buona notizia del Vangelo. Giovanni Paolo II seppe fare della propria morte un atto, e quel "passaggio" è divenuta una lectio magistralis in un'epoca in cui la morte è considerata oscena, la sofferenza fisica una realtà da non far mai emergere, la malattia un non-luogo per la relazione e l'esercizio dell'amore.
In quei giorni, attorno a piazza San Pietro, non solo i romani, non solo la chiesa cattolica, ma il mondo intero percepì tutto lo spessore di un cristiano che, avendo speso l'intera vita nel fare la volontà di Dio, stava trasfigurando anche la propria morte in un dono. Nel suo spegnersi di fronte al mondo, Giovanni Paolo II ci ricordava che tutto il ministero del successore di Pietro nella sua essenza evangelica è solo un servizio incessante alla comunione, un perseverante riconfermare i fratelli. Proprio all'interno di questo servizio, svolto fino all'ultima goccia di energia, quel grido afono sembrava ricollegarsi al suo primo messaggio, pronunciato con ben altre forze ventisette anni prima, in quella stessa piazza: «Non abbiate paura ... Spalancate le porte a Cristo!».
E ancora, come non scorgere in quella figura, piegata dalla sofferenza ma risolutamente ancorata alla fede nella risurrezione, le tracce di un altro evento, posto al cuore del giubileo che aveva aperto il millennio? Giovanni Paolo II che confessa i peccati, le colpe dei cristiani e chiede perdono, a Dio e alle vittime. Un gesto allora poco capito, sia nella chiesa che tra i non cristiani, ma che resta ancora oggi l'azione più cristiana ed evangelica compiuta nel suo pontificato, un'azione di cui volle assumersi pienamente e personalmente la responsabilità. Confessare le colpe dei cattolici verso gli oppressi della storia, verso i popoli colonizzati, verso le altre chiese, verso i perseguitati in nome della verità, e farlo in una liturgia pubblica, solenne, in San Pietro, fu gesto di rara profezia, in seguito più volte ripreso: «Noi perdoniamo e chiediamo perdono!». Perdono che Giovanni Paolo II ebbe poi l'intuizione profetica di legare indissolubilmente alla realizzazione della giustizia autentica e alla ricerca della pace nell'esercizio della riconciliazione: un appello, questo, risuonato con forza a Roma, ma destinato a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, in questo decennio e ben al di là.

MusicaPiano perfetto per l'Auditorium La realizzazione dell'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano tra i tanti eventi culturali del nostro paese mi appare come il più significativo degli ultimi anni per molte ragioni. La musica è stata spesso trascurata: riservata al grande pubblico, come nel caso dell'Opera, o limitata a un ristretto pubblico di esperti del settore, con il grande Auditorium trova lo spazio ideale per l'esecuzione di qualsiasi tipo di composizione. Penso alla musica di Luciano Berio, Franco Donatoni, Luigi Dalla Piccola, Stefano Gervasoni, Giacomo Manzoni, Fabio Vacchi. Compositori italiani tra i più apprezzati e che rendono particolarmente interessante e rappresentativo a livello internazionale il nostro repertorio. Più di quanto non avvenga in letteratura. L'Auditorium ne è la sintesi ideale per offrire a ogni pubblico la possibilità di ascoltare composizioni di questo tipo. Tuttavia non è solo per l'aspetto musicale che la grande architettura di Piano è significativa, ma anche perché simbolica di un notevole momento architettonico del nostro paese. C'è un altro aspetto che poi non va dimenticato. In questi anni l'architettura è forse l'arte che ha avuto lo sviluppo maggiore. Quindi musica e architettura collaborando insieme sono una manifestazione di quanto di meglio offre la cultura italiana più recente.
  CONTINUA ...»

Domenica 20 Dicembre 2009
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