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Quando De André lasciò l'Hotel Supramonte

di Michele Monteverdi

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17 dicembre 2009

Trent'anni fa il cantautore genovese e la compagna Dori Ghezzi venivano liberati dall'anonima sarda dopo quattro mesi di prigionia


«I veri prigionieri continuano a essere i sequestratori. Tanto è vero che noi siamo usciti e loro sono ancora dentro». Furono in molti a essere spiazzati dalle parole di comprensione che Fabrizio De André, dopo quasi quattro mesi di prigionia nelle mani dell'anonima sequestri sarda insieme alla compagna Dori Ghezzi, riservò ai suoi rapitori. Venne rilasciato, dopo che il padre Giuseppe pagò un riscatto di oltre 550 milioni, il 22 dicembre del 1979 alle due del mattino, a 24 ore dalla liberazione di Dori. Fedele alla sua fama di cantore di umili e diseredati, Fabrizio si costituì parte civile soltanto nei confronti dei mandanti, «le cui condizioni economiche non consentono trovare per essi alcuna giustificazione».

Una brutta parentesi, quella del sequestro, che non compromise mai l'amore del cantautore genovese per la Sardegna. «È un luogo dove le tensioni sociali esistono. Ma sono temperate dal contatto diretto con la natura e da una profonda moralità che si estrinseca nel rispetto di alcuni valori fondamentali, come per esempio l'ospitalità. Per quanto strano possa apparire anche questo ho trovato nei nostri carcerieri». Era da una manciata d'anni che Dori e Fabrizio si erano trasferiti sull'isola. Lì avevano avuto una figlia, Luvi, poco dopo aver acquistato la tenuta agricola dell'Agnata (l'«angolo», in gallurese): 150 ettari a una ventina di chilometri da Tempio Pausania. «Non mi dà utili, ci rimetto un sacco di soldi, ma ci guadagno in salute, in felicità», raccontava. Era un periodo tranquillo, per Fabrizio. Nonostante, pare, qualche minaccia. «Cosa possono farmi? – diceva agli amici. – Non potrò mai pagare un riscatto, né mai ingaggerò gorilla». Guardie del corpo non ne volle neanche dopo il rilascio, quando tornò alla sua vita sarda come se nulla fosse successo.

Un paio d'anni dopo, nel 1981, esce il disco della rinascita. Intitolato, semplicemente, «Fabrizio De André», ma subito noto ai fan come «l'indiano» per via dell'immagine in copertina. È qui che l'esperienza del rapimento viene sublimata nell'arte. «Il disco è la storia di due civiltà molto speciali: una scomparsa, quella degli indiani pellerossa, e l'altra, quella sarda, in via d'estinzione». Entrambe soffocate da una modernità arrogante e violenta. È soprattutto la splendida quinta traccia, «Hotel Supramonte», scritta come gran parte del disco insieme a Massimo Bubola, a parlare della prigionia: «Passerà anche questa stazione senza far male / passerà questa pioggia sottile come passa il dolore». Un gioiello in un album che contiene pezzi come «Quello che non ho» e, soprattutto, il capolavoro «Fiume Sand Creek», dove lo sterminio dei pellerossa viene filtrato dagli occhi di un bambino. Naturalmente, c'è pure l'«indiano» nel maxi cofanetto dell'«Opera completa» (19 cd, libretto di 160 pagine e dvd con il concerto del 1998 al teatro Brancaccio di Roma) pubblicato oggi da Sony. Se a questo si aggiungono il figlio Cristiano che canta le canzoni del padre nel cd più dvd «De André canta De André» (il tour relativo riprenderà il 6 febbraio da Torino) e il volume fotografico «Tourbook» con le immagini dei live, il buon Natale deandreiano è garantito anche quest'anno.

Fabrizio De André,
«Opera completa», Sony Music, 109,90 euro
Elena Valdini (a cura di) e Fondazione Fabrizio De André Onlus,
«Tourbook - Fabrizio De André 1975/98», Chiarelettere, 59 euro
Cristiano De André,
«De André canta De André», Mt Blues Records/Universal, 20,90 euro
Info: www.fondazionedeandre.itwww.cristianodeandre.com

17 dicembre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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