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Pigmei, la tragedia del popolo della foresta

di Lara Ricci

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14 marzo 2010
Un Batwa ritratto vicino al parco nazionale Semuliki, in Uganda (Africamediaonline / Alinari)


Chi dall'Europa atterra a Yaoundé per decine di minuti vola sopra un'ininterrotta coltre di alberi verde, densa e umida. È il bacino del fiume Congo, dove un tempo H.M. Stanley trovò il Dr. Livingstone: il cuore dell'Africa nera che per ultimo si arrese agli esploratori stranieri e oggi racchiude il più grande polmone verde del pianeta, dopo l'Amazzonia.
I tronchi che provengono da qui, gli operatori umanitari li chiamano "blood timber", legname insanguinato. Perché con il taglio illegale e legale degli alberi, con la vendita della selvaggina e l'apertura di enormi miniere a cielo aperto per succhiare dalla terra la ricchezza minerale, uno sfruttamento che lascia la gente locale più povera di prima, si consuma una delle più dimenticate tragedie dei giorni nostri, quella degli ultimi popoli della foresta.

Noi li chiamiamo Pigmei, loro si chiamano Bambuti, Babinga, Baka, Aka, Batwa, Bagyeli e in tanti altri modi. Non sono scomparsi, come tanti credono, né si sono tutti adattati allo stile di vita altrui. Ancora molti vivono, ma soprattutto muoiono, nella foresta che dalla costa atlantica del Camerun arriva al lago Vittoria. Nessuno sa quanti siano, non hanno documenti d'identità, non votano, non hanno diritti. Poco è cambiato per loro dalla fine della colonizzazione. La terra non appartiene né a loro né alle altre comunità che la abitano. Tagliata su una mappa col righello dalle riforme fondiarie, viene sfruttata da compagnie straniere e locali che arricchiscono governi e governanti pagando le concessioni per tagliare gli alberi e scavare nel sottosuolo. Per chi vi è nato l'accesso alle risorse vegetali e faunistiche non è previsto. E se i popoli stanziali possono tentare di dimostrare in tribunale l'«uso continuativo della terra», tramite l'agricoltura o case permanenti, quelli seminomadi sono tagliati fuori.

«Vivevamo nella foresta. Nel 1972 è venuta una legge che ne ha fatto una riserva, perché la terra è proprietà dello Stato. Ci hanno detto di andare ad abitare sul bordo della strada - racconta Dieudonné Tombombo, capotribù camerunense e membro dell'associazione di Baka "Nomedjo Buma Bo Kpode" -. Non sappiamo di che vivere al bordo della strada, e siamo minacciati dai bantù». Non li vogliono su quello che i bantù considerano il loro territorio. «Campavamo di caccia, di raccolta di miele e frutta, ma ci è stato vietato di entrare nella foresta, e non ce ne è stata data un'altra». Tombombo è impigliato da anni, con Raymond Aleka, nelle pratiche burocratiche per ottenere una "foresta comunitaria", ovvero il diritto di uso di una piccola parte del territorio. «Abbiamo chiesto alle Ong (organizzazioni non governative, ndr) di aiutarci a compilare i documenti, ma per ora nessuno è riuscito. La pratica è bloccata dal 2005. Servono soldi per farla procedere, ma come possono chiedere i soldi a noi che non abbiamo niente, che non sappiamo neanche cosa siano i soldi?» lamenta Aleka.

«Noi siamo i primi abitanti del Camerun, siamo i popoli autoctoni della foresta, e siamo rigettati dallo Stato!», si arrabbia Tombombo. La situazione che raccontano è la norma. Sono gli ultimi tra gli ultimi. E non hanno mezzi legali, economici, culturali per difendersi. A volte i bantù li considerano una loro proprietà e li tengono in semischiavitù. I Baka del Camerun sono riusciti a farsi strada fino all'Onu di Ginevra, dove due settimane fa hanno ottenuto di essere definiti "popolazione indigena", uno status riconosciuto a livello internazionale che dovrebbe avviare un processo per garantire loro il diritto alla terra. Ma dagli accordi presi nelle luminose stanze ginevrine alla loro applicazione nelle foreste, nessuno sa quanto tempo possa passare. Le associazioni per i diritti umani battono la strada dell'eliminazione del razzismo e dell'inclusione dei pigmei tra le "popolazioni indigene", strada che ha portato qualche progresso pure nel Congo e nella Repubblica democratica del Congo. Molti africani sono però riluttanti a usare questa definizione: si ritengono tutti "indigeni". In Uganda, Burundi e Ruanda (dove si stima che il 30% dei Batwa sia stato sterminato durante il genocidio) la situazione è sempre più grave. Un'altra speranza viene dall'Unione europea, che ha firmato con il Ghana e sta negoziando da anni con il Camerun, il Congo, la Repubblica Centroafricana e la Liberia, un accordo chiamato Vpa: Voluntary partnership agreement. L'idea è che la protezione dell'ambiente non possa prescindere dalle popolazioni che lo abitano: prevede che tutto il legname importato in Europa sia raccolto in modo sostenibile sia per l'ecosistema sia per le popolazioni che vivono sul territorio. Criteri che ispirano anche certificazioni come quelle del Fsc (Forest stewardship council) di cui alcune aziende si sono spontaneamente dotate, soprattutto per lavorare con l'attento mercato scandinavo. La firma del Vpa pare alle porte in Camerun, un paese dove c'è una società civile informata e combattiva. Negoziati sono avviati anche con la Repubblica democratica del Congo e il Gabon. «Quello che fa male al cuore è che furono i nostri nonni a iniziare a rivendicare il diritto di vivere nella foresta, e sono morti tanto abbiamo aspettato!» grida Tombombo, col suo piglio guerriero che ci ricorda che non stiamo parlando con un ragazzino. Aveva cinque figli, ne sono sopravvissuti tre. La mortalità infantile è altissima (20-40%) tra questi popoli che non hanno soldi per le medicine occidentali, non hanno neanche più il diritto di raccogliere le piante medicinali, e sono sempre più devastati dall'Hiv.
  CONTINUA ...»

14 marzo 2010
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