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PMI: crisi finanziaria e ripresa delle PMI italiane

 
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Le piccole guidano l'innovazione

di Stefano Manzocchi

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23 ottobre 2009

Tra i difficili consuntivi dell'anno che si chiude, e qualche segnale di ripresa, in quale contesto si muove la piccola impresa manifatturiera alle porte del 2010?
Con il contributo delle associazioni di categoria di Confindustria, il Forum Piccola industria di Mantova traccia lo stato delle "piccole" industrie in una fase cruciale dell'economia.

Industria in Italia significa piccola impresa: prima della crisi, erano attive circa mezzo milione di piccole aziende industriali, che impiegavano 3,5 milioni di addetti, i tre quarti dell'occupazione manifatturiera. Le piccole imprese rappresentano il 50% delle imprese esportatrici (in termini di unità attive) e gli addetti all'estero delle piccole aziende sono passati dal 4 al 9% del totale dell'industria nel decennio prima della crisi.

La retorica dell'internazionalizzazione - perseguita da molte piccole in passato - è stato un abbaglio, alla luce della crisi? L'internazionalizzazione ha comportato investimenti e un impegno finanziario che hanno molto esposto le nostre piccole imprese manifatturiere alla recessione, tenuto conto anche dell'intermittente sostegno del sistema bancario italiano. Ma la scelta d'internazionalizzarsi ha portato anche indubbi benefici, in termini di proiezione verso i mercati più promettenti, e di diversificazione e riduzione del rischio. In particolare, sia per i beni intermedi e d'investimento sia per i beni di consumo, dal 1998 al 2008 il peso relativo dei mercati emergenti per l'export italiano è cresciuto di oltre il 50 per cento. Questa tendenza si rispecchia in una progressiva diversificazione dei nostri mercati di sbocco. Internazionalizzarsi non è stato solo sensato in termini di diversificazione, ma anche obbligato per un'economia a bassa crescita della domanda come la nostra, e parte di un continente europeo anch'esso caratterizzato da dinamiche modeste della domanda.

Nonostante le difficoltà di questa fase, la piccola impresa industriale italiana è sovente ottimista per il medio periodo, come dimostrano le elaborazioni delle associazioni di categoria: la crisi potrà rallentare ma comunque non arrestare le grandi trasformazioni in corso nei paesi emergenti, dove segmenti significativi di popolazione sono in procinto di affrontare importanti cambiamenti di struttura produttiva, di status economico e di stili di consumo. Anche la spinta decisa delle politiche macroeconomiche negli Stati Uniti potrà gradualmente alimentare investimenti e consumi nelle Americhe.

Gli studi che saranno presentati al Forum fanno soprattutto giustizia di due visioni insufficienti, o errate, del futuro della (piccola) industria italiana. La prima, che con un termine in voga potremmo definire "mercatista", recita più o meno così: facciamo funzionare meglio alcuni mercati (quello del lavoro, con gli ammortizzatori sociali) o istituzioni (la scuola e l'università) e questo basterà a creare le condizioni per mutare la specializzazione industriale italiana, che è obsoleta. Questa visione trascura il ruolo dell'impresa come nucleo di saperi e d'esperienza che garantiscono il perpetuarsi della manifattura, e che sanno adattarsi ai mutamenti dell'ambiente competitivo. Un mutamento di specializzazione è forse necessario nel medio termine, ma si è sempre realizzato in Italia a partire dalle forti culture imprenditoriali esistenti.

La seconda visione di cui gli studi fanno giustizia è quella dell'"arte di arrangiarsi", del "piccolo" come valore in sé, della super-flessibilità che diventa quasi impalpabilità: una visione superata dall'espansione del mercato globale e dalla complessità delle tecnologie.
Per il futuro dell'industria italiana servono progetti industriali che nascano dalle (piccole) imprese e vengano condivisi dal paese: è questo il messaggio forte del Forum di Mantova. Il titolo, allora, ne consegue: «Giù i costi», sia quelli interni alle imprese, sia quelli "di sistema" che a parità d'efficienza aziendale ci penalizzano rispetto ai partner esteri. È questa oggi la precondizione perché l'ottimismo delle piccole si traduca in benessere sociale.

smanzocchi@luiss.it

23 ottobre 2009
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