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Al contrario, a nostro favore abbiamo un livello di coesione - e quindi di resistenza alle difficoltà - più alto che in molti altri paesi. La tenuta della famiglia e delle comunità locali, oltre che un sistema di welfare - costoso e da efficientare, ma nel complesso efficace - ci stanno riparando per ora dagli effetti di un disagio sociale altrove diventato intollerabile. Un welfare che dovrà integrarsi sempre più con il Terzo settore e in particolare con le imprese sociali.
Quanto a dinamismo siamo purtroppo ai minimi su scala mondiale: una società la cui mobilità è bloccata in tutte le direzioni e dove la selezione è spesso addirittura avversa al merito. Una società dove caste, corporazioni e gruppi di interesse procedono quasi solo per cooptazione. Una società dove la marginalità anacronistica di intere aree sociali - prime tra tutti le donne - contribuisce alla mediocrità generale.
Ma se vogliamo essere una società aperta e libera della quale valga la pena di essere parte e se vogliamo crescere e svilupparci in maniera economicamente e socialmente sostenibile, dobbiamo lavorare in tutte e quattro le direzioni, sapendo che i risultati più profondi - sull'efficacia del nostro sistema di istruzione, ad esempio - possono venire solo in decenni di sforzi coerenti. Mentre si lavora per il medio periodo, si possono però anche ottenere risultati molto significativi in tempi ragionevolmente brevi. Da dove partire allora per dare uno shock positivo e riavviare una nuova fase di crescita solida?
Diamo per scontato che gli ammortizzatori sociali per affrontare la disoccupazione e il disagio sociale in aumento siano adeguati e sufficienti: se non lo fossero si dovrebbe certamente partire da qui. Al di là degli interventi pubblici - giustamente attivati per stimolare la domanda in settori specifici - per riattivare virtuosamente il ciclo economico è indispensabile innescare una grande fase di investimenti privati e pubblici che creino nuova competitività e occupazione in tempi brevi.
Per gli investimenti privati è necessaria una politica di incentivi fiscali che premino in modo efficace e focalizzato le imprese - piccole e grandi – che investono in ricerca, tecnologia e nuovi mercati, che patrimonializzano, che si consolidano con processi di acquisizione e fusione. Mai come oggi infatti bisogna usare la leva fiscale per accelerare il principale motore della crescita e dell'occupazione che è la competitività delle imprese. A questo proposito fa piacere sentire parlare di Tremonti-ter.
Per gli investimenti pubblici, d'altro canto, bisogna partire innanzitutto dalle infrastrutture: dalle reti di telecomunicazione (in particolare la banda larga) alle autostrade, dai porti ai centri logistici, dalle reti ferroviarie regionali a quelle dell'Alta Velocità, dai termovalorizzatori ai gassificatori, dagli acquedotti alle opere di difesa del suolo. Dalle scuole, agli ospedali, alle carceri, ai musei. In molti casi si tratta di opere nuove, in molti altri di interventi manutentivi o di riqualificazione che è possibile avviare in tempi brevissimi. Alcuni di questi capitoli hanno apparentemente a che fare solo con la dignità della vita, ma sono tutti anche motori diretti o indiretti di crescita e occupazione.
Mentre le spese correnti continuano ad aumentare, le spese in conto capitale dello stato si sono praticamente annichilite. La componente di spesa per investimenti in rapporto al Pil è tornata ai livelli del 1998. È su questo capitolo di spese che si costruisce il futuro del nostro paese. Bisognerebbe incrementare di almeno un 3% del Pil gli investimenti in infrastrutture per recuperare una parte del gap accumulato e per ridurre l'enorme costo del non fare. Per dare una sferzata alla nostra economia dobbiamo avere in mente un ordine di grandezza di 250 miliardi di euro in cinque anni.
Sono cifre importanti, ma che non ci devono spaventare: possono essere alla nostra portata senza mettere a rischio i conti pubblici. Un gran numero di progetti si autofinanziano e possono in buona parte trovare copertura con fondi privati. Autostrade come termovalorizzatori, porti come i tanti progetti urbani che prevedono la valorizzazione di aree e immobili demaniali sono esempi di iniziative che, con le dovute procedure autorizzative opportunamente semplificate, non avrebbero difficoltà a trovare capitali privati. Sono molte le iniziative che attirerebbero investimenti privati: 25-35 miliardi non sembrano una cifra irraggiungibile.
I fondi europei - se sapremo e vorremo utilizzarli - possono dare un contributo importante. Solo dalla Bei abbiamo a disposizione finanziamenti per 15 miliardi di euro e poi ci sono i 50 miliardi del settimo Programma quadro 2007-2013 di cui rischiamo di non ricevere in proporzione al nostro peso in Europa.
Una parte dei fondi - almeno 50 miliardi - sono già nei piani finanziari pubblici (per esempio, Fs, Anas) e nei programmi anche recentemente approvati (Cipe) o possono essere auspicabilmente trovati nelle prossime Finanziarie. Altri 50 miliardi possono forse venire dalla razionalizzazione dell'attuale spesa sul territorio per opere pubbliche.
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