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Il filo d'Europa ci porterà fuori dal labirinto

di Carlo Azeglio Ciampi

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4 giugno 2009

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Gli uomini del Risorgimento lavorarono con intensità d'impegno per l'unità della nazione, ma anche per il suo inserimento nel novero di quelle che si caratterizzavano per istituzioni libere e per la promozione economica e sociale dei cittadini.

Nel secondo dopoguerra, la classe dirigente fu unita per la ricostruzione dell'Italia e, soprattutto, per la sua collocazione nell'area dei paesi democratici. Uomini e donne con storie e convinzioni diverse - così tanto diverse da sembrare inconciliabili - superarono nell'interesse del paese le ragioni pure profonde che opponevano gli uni agli altri, per edificare le istituzioni della nuova Italia. Con le sue scelte, con i suoi comportamenti, con la rinuncia a far prevalere interessi di parte, quella classe dirigente seppe dare dignità alle istituzioni, nella consapevolezza che il loro buon funzionamento è la vita stessa dello Stato. Nel rispetto e nella buona prassi istituzionale uomini chiamati a esercitare responsabilità di governo divennero statisti.
Oggi la classe dirigente del nostro Paese ha le competenze e il prestigio per contribuire a stabilire le nuove regole della finanza e del sistema monetario internazionale così da consentire la ripresa ordinata degli scambi, il finanziamento delle economie, la crescita economica.
Tuttavia, è sul fronte interno che essa è chiamata al compito più impegnativo. Deve adottare politiche, intervenire su regole e modalità operative, al fine di ripristinare condizioni che permettano all'Italia di ritrovare la via di uno sviluppo economico sostenuto, premessa necessaria anche per valorizzare la nostra cultura, la nostra storia, le capacità intellettuali e imprenditoriali di cui il nostro Paese è pur generosamente dotato.

Sono convinto, lo ripeto con forza, che l'obiettivo che racchiude tutto ciò coincide con la costituzione dell'Europa unita. Lo avevano indicato le menti più fini del Risorgimento; lo riaffermarono gli uomini che anche sotto il regime fascista e nei momenti più tragici della guerra non smarrirono la visione di un futuro diverso, migliore.
Solo un'Europa unita, coesa, forte potrà dialogare su un piano di parità con le principali realtà mondiali, economiche e politiche, che per popolazione e territorio hanno la dimensione di continenti; partecipare da protagonista alla progettazione e alla costruzione dell'avvenire delle nuove generazioni.
L'euro e la Banca centrale europea sono pilastri fondamentali per l'Europa; è stato un primo passo. La loro costituzione ha messo un freno a svalutazioni competitive, ha indotto i paesi aderenti ad adottare politiche di bilancio virtuose, ad affrontare i nodi strutturali che limitano lo sviluppo. In questa grave crisi con cui tutto il mondo si sta misurando, l'euro dimostra la sua capacità di tenuta.

La moneta unica per l'Europa rappresenta molto di più di un successo in campo economico; è un punto politico di non ritorno. Ora è necessario fare il passo successivo: l'Unione economica e politica.
Solo un'Europa unita potrà serbare e far apprezzare tradizioni, costumi, culture, valori che hanno costituito tanta parte della storia dell'umanità e che sono stati riferimento di conquiste civili per milioni e milioni di individui in tutto il mondo.
Si è guardato e si guarda con ammirazione all'Europa per la ricchezza delle sue diverse espressioni artistiche e culturali, per le conquiste scientifiche; ma si guarda a essa soprattutto come all'area in cui si è affermato il primato dell'individuo sulla "totalità", che si coniuga con il principio che l'individuo in quanto partecipe della comunità si sente responsabile della sorte di tutti i suoi componenti. Libertà e solidarietà per consentire ai singoli di esprimere e realizzare idee, progetti e di renderne partecipi gli altri, rafforzando in tal modo la coesione sociale.
Questo patrimonio ha le sue radici in valori etici, religiosi, culturali; è stato costituito al prezzo di grandi sacrifici, personali e collettivi, di lotte sanguinose all'interno degli Stati e fra Stati, di violenti contrasti ideologici e sociali.

La mia generazione ha vissuto la follia della guerra; ha operato per realizzare un'Europa non più divisa, pacificata. Spetta alle generazioni future lavorare per affermare irrevocabilmente l'identità europea e portare a compimento la costruzione della "casa comune".
Sento di far mio l'appello di Giovanni Paolo II, cui mi legarono sentimenti di rispettosa e devota amicizia: «Non abbiate paura». Ai giovani dico non abbiate paura di esprimere "idee da europei", di manifestare orgoglio per quei valori di libertà, di solidarietà che sono alla base della nostra civiltà. Non abbiate paura del nuovo, del cambiamento necessario per affrontare le sfide del terzo millennio. Non abbiate paura di assumere responsabilità dirette, di divenire protagonisti del processo epocale di rinnovamento che le nostre società esigono.
Il "nuovo" dovrà intaccare situazioni consolidate, d'ostacolo alla crescita economica e civile: per schiudere possibilità inedite; per aprire prospettive nelle quali ogni uomo possa trovare il modo di esprimere le proprie capacità. È un compito gravoso, di grande responsabilità per gli impatti sulla società di domani. Questo compito richiede impegno, studio, disciplina, passione.
  CONTINUA ...»

4 giugno 2009
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